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Ahimsa: essere vegetariani non basta


Ahiṃsā è un importante concetto dell’Induismo, comune anche al Giainismo e al Buddhismo.

Il termine compare per la prima volta nelle Upanishad (Chāndogya Upaniṣad), e il suo significato si sviluppa nei secoli; lo troviamo in testi come la Bhagavadgītā, i Purāṇa e nella letteratura buddista.

Ahimsa è anche il primo e forse il più importante Yama dell’Ashtanga Yoga, il percorso di trasformazione descritto da Patanjali negli Yoga Sutra.

Viene in genere tradotto con “non violenza”, “innocenza”, “non uccidere” e viene spesso messo in stretta relazione alla scelta di una dieta vegetariana; ma in realtà è un termine con un’accezione ben più articolata, che rimanda a un modello concettuale e culturale complesso.


Già l’analisi etimologica della parola “Ahimsa” ci permette di percepire la profondità del suo significato. È infatti forma sostantivata (s.f.) composta dalla “a” privativa e da “hiṃs, che a sua volta è una forma desiderativa della radice verbale “han”, “ferire, uccidere, nuocere”. Letteralmente quindi ahiṃ va resa con “assenza di volontà di nuocere”, o “volontà di non nuocere”.

L’uso del desiderativo è significativo, rimanda infatti alla necessità di una modificazione profonda della volontà, degli atteggiamenti e dei processi mentali. L’attenzione, quindi, non è posta solo sull’azione e i suoi effetti, ma anche, e prima di tutto, sull’atteggiamento mentale.

Praticare Ahimsa richiede di focalizzarsi non solo sulle azioni che compiamo fisicamente, in cui la violenza è più esplicita ed evidente, ma anche sulle nostre parole (la menzogna, le calunnie, le offese o i comportamenti aggressivi in genere) e sui nostri atteggiamenti mentali (odio, avversione, invidia...).


Ahimsa è senz’altro uno degli Yama più noti e discussi, ma anche più fraintesi, perché ha un significato profondo, che lo rende difficile da mettere in pratica, più di quanto si pensi.

Ahimsa è gentilezza, amicizia e considerazione per le persone e le cose.

Significa porsi verso gli altri con considerazione, e anche (forse soprattutto) trattare con gentilezza e comprensione sé stessi.

Così come è concepita nel pensiero di Patanjali, Ahimsa è strumento indispensabile al processo di trasformazione-liberazione dell’essere umano, tanto nel rapporto con sé stesso quanto nelle interazioni sociali.

Va dunque intesa come elemento di un più ampio e complesso percorso e, allo stesso tempo, essa stessa di per sé costituisce un percorso, un processo di trasformazione.

Non è qualcosa di astratto, un mero ideale. Piuttosto richiede un comportamento concreto da mettere in atto giorno per giorno, momento per momento, sbagliando e imparando dai propri errori, con continui aggiustamenti e correzioni.


Quando traduciamo Ahimsa con “non uccidere”, dobbiamo confrontarci con il fatto che la vita non è possibile senza uccidere altra vita.

Basti pensare che tutto ciò di cui ci nutriamo deriva da una forma di vita e, se vogliamo, da una forma di coscienza. Esiste dunque una violenza che potremmo chiamare naturale, spesso inevitabile, perché insita negli stessi processi biologici della vita. La violenza però è anche un prodotto della cultura, perché nel corso della storia è proliferata una violenza tutta culturale, legata cioè a specifiche culture. Viviamo in una società che giustifica molte forme di violenza favorendo atteggiamenti competitivi e di prevaricazione, creando un terreno fertile per lo sviluppo di fenomeni quali il razzismo, il sessismo, l’omofobia e l’oppressione o la ghettizzazione delle culture “minoritarie". Al contrario della violenza naturale, la violenza culturale è eliminabile oltre che contenibile, ed è qui che la pratica di Ahimsa diventa più che mai importante.

Non si tratta dunque di un’utopica rimozione della violenza dalla Natura, ma di un lavoro lento e costante, concreto, realizzabile qui e ora, sulla violenza nella nostra mente, nelle nostre interazioni sociali e nella nostra cultura.


Ahimsa non è un semplicistico rifiuto della violenza, una fuga dal mondo o una pavida rinuncia; come potremmo superficialmente credere. Piuttosto è una pratica che necessita di energia, fiducia e impegno, e che mira a condurci gradualmente a una sempre maggiore attuazione di un essere-agire non violento.

Richiede indubbiamente impegno, ma non è una cosa da ottenere con la lotta. Come tutti gli Yama (e i Niyama), Ahimsa è in realtà una qualità che già ci appartiene, e che manifestiamo quando siamo connessi alla nostra vera natura.

Quando siamo realmente in connessione con gli altri, ci rendiamo conto spontaneamente che il bisogno di gentilezza e comprensione è comune a tutti gli esseri.


Un altro aspetto di Ahimsa è espresso dalle tradizioni non dualistiche dell’Induismo, vale a dire quelle che considerano l’individuo come parte del tutto, e non come essere separato dall’universo.

Lo Yoga non dualista individua così la causa della sofferenza dell’uomo nella sua convinzione di essere un io individuale separato, e trae gran parte dei propri insegnamenti dalle Upanishad, che costituiscono la fine dei Veda (sacre scritture indiane).

Secondo questa visione, siamo portati a dare per scontato che ognuno di noi abbia una consapevolezza separata dagli altri, ma, in realtà, gli altri non esistono. Esiste una sola Presenza consapevole che assume infinite forme, cosi come ogni onda sembra diversa e separata dalle altre, mentre di fatto sono tutte soltanto acqua che ondeggia.

A differenza di quanto comunemente crediamo, non siamo il nostro corpo o la nostra mente. Siamo la consapevolezza che è cosciente del nostro corpo e dei nostri pensieri. Questa consapevolezza è la stessa per ognuno di noi, e si manifesta nell’apparente danza della molteplicità e del divenire.

In questa visione, essendo illusoria la separazione tra l’essere umano e ciò che lo circonda, arrecare violenza ad altri significa danneggiare inevitabilmente anche sé stessi.


Tra molti praticanti di Yoga contemporanei si è affermata l’idea che praticare Ahimsa equivalga a seguire una dieta vegetariana. La profondità e le numerose sfumature del concetto di Ahimsa sembrano però richiedere una riflessione più disincantata e aperta, che va ben oltre la scelta alimentare.

Spesso ci concentriamo sull’azione tangibile dell’uccidere un animale per nutrirci, dimenticando che Ahimsa non va applicata solo all’azione e ai suoi effetti, ma anche, e soprattutto, all’atteggiamento mentale.

Quando crediamo di essere “quelli che salvano gli animali” rischiamo di essere travolti da passioni di orgoglio e rabbia nel difendere la nostra ideologia, soprattutto confrontandoci con chi non sposa il nostro pensiero.

È necessario invece mantenere la mente aperta, perché ci sono tanti modi di praticare himsha e A-himsa. Quando giudichiamo le persone che non seguono una dieta vegetariana accusandole di non seguire Ahimsa, ad esempio, stiamo in realtà perdendo la rotta. Giudicare un altro significa separarsi da lui (magari sentendosi migliore) il che mina l’essenza della pratica stessa, che è pensata per creare connessioni e dissolvere i confini, e non per creare separazione e opposizione. Non bisogna dimenticare che Ahimsa è anche non imposizione della propria opinione e rispetto del punto di vista di ciascuno.

Anche quando la nostra scelta è lodevole, se pensiamo che gli altri sbaglino solamente perché agiscono diversamente da noi, stiamo andando fuori rotta e rischiamo di sfociare in comportamenti che, anche se non sono violenti in senso materiale, lo sono sul piano delle relazioni, della parola, del pensiero. Questo ci allontana dal pensiero di Patanjali: “Quando si è saldamente stabiliti in ahimsa, ogni ostilità cessa nelle proprie vicinanze”.


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