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Tapas: lo Yoga non è solo disciplina



Tapas è una delle parole e dei concetti che ricorrono più frequentemente nei testi della cultura indù.

Concetto centrale nei Veda (in particolare Rgveda), spesso menzionato nelle Upanishad. È uno dei cinque Niyama degli Yoga Sutra.

Il significato della parola Tapas è tanto complesso quanto profondo. Quasi inafferrabile, in quanto rimanda a tutti i possibili livelli, da quello letterale a quello allegorico, cosmologico ma anche simbolico e spirituale. Probabilmente con Tapas ci troviamo di fronte a uno dei significati più “velati” della tradizione indù.

Proprio perché abbondantemente citato, rende possibile una riflessione sul suo significato sulla base delle molteplici interpretazioni.


Austerità, penitenza, ascesi. Sono queste le prime traduzioni del concetto di Tapas proposte dai missionari religiosi europei, che si confrontavano con la manifesta e diffusa spiritualità dell’India.

Una terra patria dei sadhaka, asceti disposti ad affrontare le più esibite mortificazioni fisiche come mezzo di purificazione per conseguire mokṣa, la liberazione spirituale.

Da questa prima accezione di Tapas è discesa una conseguenza che caratterizza ancora oggi la pratica dell’Hatha Yoga moderno e della maggior parte delle forme che ne sono derivate negli ultimi decenni. Una pratica fondata su una disciplina ferrea e sulla capacità di sostenere lo sforzo fisico più intenso. Succede così che spesso forziamo il corpo nelle posizioni, penalizzando “l’attitudine all’ascolto” che la pratica richiede.

Al giorno d’oggi abbiamo sicuramente un gran bisogno di disciplina. Abbiamo una vita “comoda” e sedentaria, che ci permette di non preoccuparci di molte cose e di risparmiare tempo e fatica nei doveri quotidiani. Abbiamo tutto e subito, con uno sforzo ridotto al minimo.

Questa facilità di fruizione ha molti aspetti positivi, ma non ci aiuta nelle cose in cui l’impegno e la costanza sono necessari, perché non siamo più abituati a fare uno sforzo per raggiungere un obiettivo.

C’è poi un ulteriore e forse inaspettato risvolto negativo. Se un’accezione di Tapas come austerità e sacrificio da una parte ci porta a comprendere che il percorso dello Yoga presuppone impegno e costanza, dall’altra paradossalmente ci deresponsabilizza. Una volta terminata la lista delle “austerità della giornata”, ci sentiamo infatti in pace con la coscienza, e ci mettiamo, per così dire, in pausa. Finito lo sforzo della pratica, torniamo alla nostra vita. Come se pratica e vita fossero due entità separate.


Patañjali, negli Yoga Sutra, considera Tapas, come ciò che consente di purificarsi dalle impurità accumulate…(Y.S:II,1). È forza di volontà e capacità di auto-imporsi una seria disciplina. Vyāsa, uno dei principali commentatori di Patañjali, ci tiene però a precisare che Tapas “deve essere praticato nella misura in cui non nuoce alla calma serena dello spirito”.


Nello Yogavāsiṣṭha (VI-XIV D.C.) è riportato: “ Tale avanzamento è naturalmente lento, ma il progresso stabile è da preferirsi a ogni sforzo violento per forzare il risultato (V. 92.)


Dunque la pratica è un lungo percorso, il cui obiettivo è da perseguire con determinazione, ma senza violenza, attraverso un atteggiamento auto-critico come strumento per eliminare i legami del desiderio e le false illusioni del mondo apparente, realizzando così la dissociazione dall’attaccamento. Un concetto che richiama alla mente Tapas inteso come fuoco che opera con continuità, attraverso il principio dell’azione cosciente che realizza le condizioni nelle quali è la Natura ad operare.

Tapas è spesso messo in relazione al calore necessario alla nascita biologica.

È riconducibile all'attesa naturale, al calore materno e fisico, come quello che una chioccia fornisce alle sue uova. Un processo essenziale per la schiusa e la nascita, evento che richiede un equilibrio tra l’affaccendarsi della chioccia e l’attesa. Gli studiosi vedici usano spesso questa metafora per spiegare ed estendere questo concetto al tema della conoscenza e della rinascita spirituale. L’autentico ardore non è mai fine a se stesso.

Tapas è calore, ardore, fuoco e, come tale, non richiede solamente sforzo.

Per creare un fuoco dobbiamo sicuramente darci da fare: preparare il luogo per la combustione, reperire la legna di misure differenti e sistemarla in modo corretto, procurarci una fiamma per innescare il processo. Poi però, una volta fatto partire l’innesco, si entra in una fase in cui non dobbiamo fare qualcosa, ma piuttosto lasciar accadere. Un po’ come la chioccia lascia che la schiusa delle sue uova accada, con cura, ma senza un eccessivo (e inutile) affaccendarsi.

Anche il processo di combustione, avviene da solo. Richiede cura, ma non troppa…pena lo spegnimento del fuoco stesso.

In questa accezione Tapas richiede soprattutto un atteggiamento di attenzione, un equilibrio tra il fare e il non fare.

Quindi, come l’accensione e la cura di un fuoco, la pratica richiede sicuramente un certo sforzo sul piano fisico, ma questo non basta per il raggiungimento dello stato di Yoga.

È necessario un certo equilibrio tra qualcosa che si deve fare e qualcosa che accade e che richiede unicamente la nostra presenza consapevole. Non esiste intensità nella mera azione meccanica priva di consapevolezza.

Tutto questo sul tappetino si traduce con il fatto che dopo aver attivato il corpo, dopo il lavoro muscolare che genera la sensazione fisiologica di calore (tapas) nei muscoli, dopo la fatica, c’è bisogno di fermarsi. È necessario un momento di silenzio e immobilità attenta in cui non si fa, ma si accoglie.

Nel percorso dello yoga inteso come pratica (e vita), Tapas non è quindi da intendersi come mero sacrificio meccanico, ma anche e soprattutto come attenzione. Occorre in alcuni momenti cessare di essere esecutori e divenire spettatori di ciò che si svela come puro accadimento.

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