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Puntata 2 - L'equivoco degli asana: sentire o apparire?

  • Immagine del redattore: Giada
    Giada
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Cosa sono davvero gli asana?


E perché sono diventati così centrali nello yoga moderno?


In questa puntata parliamo di come la pratica posturale può essere un ponte per tornare ad abitare il corpo, ma anche di come rischia di trasformarsi in performance quando inseguiamo la forma perfetta invece di ascoltare quello che sentiamo.



Durata: ~12 min

Categoria: Filosofia, Pratica

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TRASCRIZIONE COMPLETA DELL'EPISODIO

Introduzione

“Ti è mai capitato di vedere posizioni incredibili sui social e di sentirti inadeguato? E se ti dicessi che tutto ciò potrebbe non avere nulla a che fare con lo yoga?”


Benvenuti al secondo episodio di Yoga Oltre il Tappetino. Io sono Giada: non mi considero un guru e non propongo verità assolute. Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire ogni giorno nuovi aspetti della pratica e di come integrarla nella vita di tutti i giorni.


Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e piccoli strumenti che lo yoga ci offre per vivere meglio. Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ad ascoltare, a guardare un po’ più in profondità.


Oggi voglio parlarti degli asana da una prospettiva diversa: non come qualcosa da perfezionare, ma come strumenti per sentire il corpo, creare spazio dentro di noi e ritrovare quella presenza silenziosa di cui parlavamo nella prima puntata.


In questa puntata scopriremo insieme

che cosa sono davvero gli asana,

perché sono diventati così centrali nello yoga moderno,

e come possiamo praticarli senza perdere il senso profondo dello yoga.


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Cosa sono gli asana

Partiamo da una cosa che forse non sai.


La parola asana in sanscrito significa "stare seduti".

In origine indicava soprattutto le posizioni sedute di meditazione.


Negli Yoga Sutra di Patanjali, che è il primo testo che sistematizza lo yoga,

gli asana vengono descritti in modo sorprendentemente semplice:

devono essere comodi e stabili, senza sforzo eccessivo.

Solo questo.


Degli Yoga Sutra parleremo più avanti, perché meritano davvero

uno spazio dedicato.


Le prime descrizioni di asana in piedi, o comunque non sedute,

risalgono al Medioevo, con l'Hatha Yoga.


È qui che le pratiche fisiche diventano strumenti per purificare

e fortificare il corpo.


Ed è da qui che comincia la pratica degli asana come la conosciamo oggi.

O meglio, quasi. Perché le posizioni dell'epoca erano molto diverse

da quelle che pratichiamo adesso.


La grande diffusione della pratica posturale, quella che vediamo oggi,

è ancora più recente. Siamo nel Novecento.


Ed è grazie a Krishnamacharya, considerato il padre dello yoga moderno,

e ai suoi allievi più famosi: Pattabhi Jois e B.K.S. Iyengar.


Sono loro ad aver reso gli asana il cuore della pratica.

E ad aver aperto la strada allo yoga che conosciamo in Occidente.

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Quindi lo yoga che pratichiamo oggi ha perso molti degli aspetti tradizionali, eclissati dalla grande diffusione degli asana.


E molte delle pratiche che ci vengono presentate come antichissime sono in realtà molto più recenti di quanto pensiamo, se non addirittura moderne!


Basti pensare che anche il celebre Surya Namaskar, il Saluto al Sole che pratichiamo così spesso, è una sequenza relativamente moderna. Tanto per fare un esempio.


Questo potrebbe farci inorridire. Ma non dobbiamo dimenticare che lo yoga nasce dall’esperienza umana, e come tale si è sempre trasformato per adattarsi all’essere umano che cambia.

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Perchè gli asana oggi

Allora, lo yoga degli asana che pratichiamo oggi non ha nulla a che vedere con la tradizione?


Sarebbe semplicistico dirlo. In realtà quello che pratichiamo è il risultato di una trasformazione che tiene conto di come l’essere umano è cambiato con la modernità.


Quando lo yoga è arrivato in Occidente, si è trovato di fronte a una cultura molto diversa da quella indiana. In Occidente il rapporto con il corpo era diverso.

C’era una tradizione culturale che separava nettamente corpo e spirito, materia e anima.

Il corpo era qualcosa da controllare, da disciplinare, a volte persino da mortificare. Non certo uno strumento di conoscenza spirituale.


Ma soprattutto, la modernità ha portato a un essere umano che vive molto poco nel corpo e molto di più nella mente.


L’uomo moderno passa ore seduto davanti a schermi, immerso nei pensieri, nelle preoccupazioni, nei progetti.

Siamo proiettati costantemente nel fare, nell’analizzare, nel pianificare. La mente è iperattiva, dispersiva.

E il corpo?

Il corpo viene dimenticato.


E quando viviamo così distaccati dal corpo, lui reagisce. Si irrigidisce. Perde elasticità, fluidità.

E un corpo rigido, che non sentiamo, ci tiene intrappolati nella mente. Siamo completamente assorbiti da pensieri, preoccupazioni, emozioni. Persi in tutto ciò che cambia continuamente.


Ma quando il corpo si apre, quando torniamo a sentirlo, succede qualcosa. Si crea spazio. Uno spazio di presenza.

Per questo la consapevolezza passa attraverso il sentire del corpo.

Ma questo richiede un corpo che possiamo abitare. Un corpo che non sia rigido, bloccato, dimenticato.


Ed è qui che entra in gioco la pratica degli asana. Attraverso movimento, immobilità, abbandono, ci permettono di tornare ad abitare il corpo.


E quando cominciamo a sentire davvero, possiamo accedere a quella dimensione di cui parlavamo nella prima puntata: la coscienza che osserva. Il testimone.


Ed ecco perché gli asana sono diventati così centrali. Per l’uomo moderno sono il ponte che riporta al corpo.

E attraverso il corpo possiamo accedere a quella coscienza che va oltre.

Ma ricordiamoci sempre: gli asana sono un mezzo, non il fine.

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L'equivoco: asana sentire o apparire

Il problema nasce quando gli asana da strumento si trasformano nel fine della pratica.

E questo oggi succede facilmente.


Apriamo i social e vediamo posizioni incredibili. Corpi perfettamente allineati in luoghi da sogno.

Progressi documentati mese dopo mese. “Guarda dove ero nel 2017, guarda dove sono ora!”


Ed è affascinante, lo capisco.

Forse diversi anni fa, anche a me sarebbe venuta voglia di provarci. Di inseguire quella forma, quella perfezione. E a volte l’ho fatto.


Oggi guardo con occhi diversi.

Tanti anni di pratica mi hanno portato da tutt’altra parte: verso una pratica decisamente meno impegnativa fisicamente, ma infinitamente più vissuta. Meno spettacolare, forse. Ma molto più mia.


Ho capito che lo yoga non è un work-out, ma un work-in. Non è un allenamento verso l’esterno, ma un lavoro verso l’interno.

Ed è proprio per questo che riconosco qualcosa di sottile che può accadere quando guardiamo quelle immagini.


Senza nemmeno accorgercene, quella posizione spettacolare diventa un obiettivo. Un traguardo da raggiungere.


E quando questo succede, quando ci mettiamo in testa “voglio arrivare a fare quella posizione”, qualcosa cambia nella pratica.

Non stiamo più ascoltando il corpo. Stiamo inseguendo una forma.


Ci ritroviamo a forzare, a spingerci oltre quello che il corpo è pronto a darci in quel momento. Perché abbiamo un’immagine in testa di dove “dovremmo” arrivare.


E questo non solo rischia di farci male fisicamente. Soprattutto ci allontana dall’esperienza.

Perché se mi sto sforzando di assumere una forma, se sto pensando a quanto mi manca per “arrivare”, tutta la mia attenzione è sul risultato. Non su quello che sto sentendo ora.


E ancora una volta mi ritrovo nella mia mente. Proiettata avanti, verso un obiettivo. Lontano dal corpo. Lontano dal momento presente.

Proprio il contrario di quello che lo yoga ci invita a fare.


Non sto dicendo che condividere una foto mentre pratichiamo sia sbagliato. Capita anche a me, a volte. E non c’è niente di male.


Ma forse vale la pena chiederci: quando pratico, sto vivendo un’esperienza? O sto cercando di creare un’immagine?

Sono due cose molto diverse.


E forse è proprio qui il punto. Lo yoga, nella sua essenza,

non si sposa bene con i social. Perché è qualcosa che non si può mostrare.

Si può solo vivere.


E quando proviamo a mostrarlo, rischiamo di concentrarci

più sull'apparire che sul sentire. Anche senza volerlo.


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Come praticare con consapevolezza

Allora come possiamo praticare gli asana senza perdere di vista il senso profondo della pratica?


Prima di tutto, dobbiamo ricordarci che l’obiettivo della pratica non è riuscire nelle posizioni più impegnative.

Questo semmai è un effetto collaterale di una costante pratica di consapevolezza, nel pieno rispetto dei limiti e dei tempi del corpo.


L’obiettivo vero è sentire il corpo.

A partire dagli asana più semplici.

Una cosa che dico spesso ai miei allievi è che un asana deve essere bello dall’interno.

Non deve per forza rispecchiare un ideale di allineamento estremizzato.


Cosa significa?

Che ciò che conta non è quanto la posizione somigli a un’immagine perfetta, ma come ci sentiamo dentro quella posizione.

Se c’è spazio, se c’è respiro, se possiamo abitarla.


Certo, l'allineamento è importante. Ma solo nella misura in cui ci permette di ridurre le tensioni nel corpo.


L'obiettivo è minimizzare lo sforzo, attivare solo l'indispensabile.

E soprattutto, sentirsi bene nell'asana. Viverlo.


E sai cosa? La ricerca stessa di queste tensioni non necessarie è già di per sé una pratica di consapevolezza.



E qui ci ricolleghiamo alla prima puntata.


Ti ricordi? Parlavamo della differenza tra la coscienza e i contenuti

della coscienza. Del testimone silenzioso che osserva.


Ecco, gli asana creano le condizioni per questo ascolto.

Ma solo se il corpo è comodo e stabile – come diceva Patanjali.


Solo così possiamo spostare l'attenzione dall'agitazione del "fare" allo spazio del "sentire".


Se siamo in tensione, in sforzo eccessivo, se inseguiamo una forma ideale,

tutta la nostra attenzione è assorbita dal tentativo di raggiungerla.

La mente è proiettata nel risultato.

Lontana dall'esperienza.


Ma quando troviamo equilibrio, quando lo sforzo si riduce al minimo necessario,

allora si crea silenzio.


E in quel silenzio possiamo percepire non solo il respiro, le sensazioni...

ma chi osserva tutto questo.


Questo è yoga. Non la forma perfetta, ma lo spazio di presenza che si apre quando possiamo abitare davvero la posizione.


Il sentire, piuttosto che l'apparire.


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Conclusioni

Gli asana possono essere uno strumento potente per entrare in contatto con noi stessi.

Ma solo se li pratichiamo come esperienza, e non come traguardo.

Solo se ascoltiamo il corpo, invece di imporgli una forma.


Ti lascio con un invito per la tua prossima pratica.


Scegli un asana che conosci bene. E chiudi gli occhi.


Invece di chiederti "come appare questa posizione",

chiediti: "come la sento?"


Perché sai qual è il punto?

L'osservatore più severo non è fuori dal tappetino. Sei tu.


Tu, con le tue aspettative su come dovresti praticare,

su cosa dovresti sentire, su dove dovresti arrivare.


Prova a lasciare andare tutto questo.

Le aspettative. Il giudizio. Il confronto.


Solo sentire. Solo essere lì.


Forse scoprirai che questo è molto più difficile

di qualsiasi asana complesso.


Ma è proprio qui che qualcosa cambia davvero.


________


Se questa puntata ti è piaciuta, segui il podcast per non perdere i prossimi episodi.

E se non hai ancora ascoltato la prima puntata, ti consiglio di recuperarla.


E se hai domande, o se ci sono temi

che vorresti esplorare nelle prossime puntate, scrivimi.

Trovi i miei contatti nella descrizione del podcast.


Grazie per aver ascoltato. Alla prossima puntata.

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