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Satya nello Yoga: la verità che libera (o imprigiona)

  • Immagine del redattore: Giada
    Giada
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 6 ore fa

Satya nello Yoga: principio di verità e autenticità nella pratica yogica

Satya nello Yoga: la verità che inizia da noi stessi

Satya (सत्य) è il secondo Yama degli Yoga Sutra di Patanjali. Di solito lo traduciamo con "verità", "veridicità", "sincerità".

E quasi sempre lo riduciamo a questo: non mentire, dire la verità, essere sinceri.

Ma fermarsi a questo significato di Satya nello Yoga vuol dire perdere gran parte della profondità di questo principio.

Perché Satya non riguarda solo ciò che diciamo agli altri. Riguarda, prima di tutto, il modo in cui stiamo in relazione con la realtà. E con noi stessi.


Satya non è una verità da difendere, ma un allineamento con ciò che è

La parola Satya deriva dalla radice sat, che significa "ciò che è", "ciò che esiste realmente". Non è quindi una verità morale, astratta, da difendere o imporre. È piuttosto un invito ad allinearci con ciò che è reale, momento per momento, senza aggiungere troppe sovrastrutture.

Patanjali, negli Yoga Sutra (II, 36), dice che quando si è stabilmente radicati in Satya, le azioni e i loro frutti dipendono dal praticante. È una frase che può suonare enigmatica, quasi misteriosa. Ma forse parla di qualcosa di molto semplice:

quando smettiamo di mentire – soprattutto a noi stessi – smettiamo anche di disperdere energia. E quella stessa energia torna disponibile per vivere, scegliere, agire.

La prima persona a cui mentiamo siamo noi stessi

Se Satya fosse solo "non dire bugie", sarebbe relativamente semplice.

Il problema è che la prima persona a cui mentiamo, spesso senza nemmeno accorgercene, siamo noi stessi.

Siamo cresciuti in una cultura che ci ha insegnato presto a controllarci, a contenerci, a non mostrare troppo. "Non piangere", "non arrabbiarti", "sii forte", "comportati bene". Messaggi che, col tempo, ci portano a perdere il contatto con ciò che sentiamo davvero.

Così iniziamo a raccontarci delle storie: su chi siamo, su cosa vogliamo, su cosa ci fa stare bene.

Costruiamo un'immagine di noi stessi che spesso ha poco a che fare con la nostra esperienza reale.

E quando non siamo in contatto con la nostra verità interiore – con le sensazioni, le emozioni, i bisogni che ci abitano – diventa quasi impossibile essere davvero sinceri anche con gli altri.

Il primo lavoro di Satya avviene qui: nel riconoscere, senza giudizio, ciò che è vero per noi in questo momento.


La verità non è mai una giustificazione per ferire

C'è un aspetto importante che nella pratica viene spesso frainteso: il rapporto tra Satya e Ahimsa.

Nella tradizione yogica è molto chiaro: quando la verità e la non violenza entrano in conflitto, è Ahimsa a dover guidare la scelta.

Questo significa che la verità non è mai una giustificazione per ferire.

La cosiddetta "sincerità brutale" non ha nulla a che vedere con Satya. Dire tutto ciò che ci passa per la testa, senza considerare l'impatto sull'altro, non è verità: è mancanza di consapevolezza.

Praticare Satya significa anche chiedersi:

  • quello che sto per dire è vero?

  • è necessario?

  • è utile?

  • è detto con rispetto?

E a volte la risposta più onesta è il silenzio.


Il silenzio non è assenza, ma ascolto

Viviamo in un tempo in cui le parole sono ovunque. Opinioni, giudizi, commenti, spiegazioni. Spesso parliamo per riempire spazi, per non restare nel vuoto, per essere visti.

Satya ci invita a rallentare anche qui. A chiederci se le nostre parole nascono davvero da un bisogno autentico o se servono solo a coprire un disagio, un'incertezza, una paura.

Il silenzio, nella tradizione yogica, non è assenza. È una forma di ascolto. È uno spazio in cui le parole, se arrivano, arrivano più essenziali. Più vere.

Sul tappetino, Satya diventa concreta

Sul tappetino Satya diventa molto concreta.

È la capacità di essere onesti con il corpo che abbiamo oggi, non con quello che vorremmo avere. È riconoscere un limite senza viverlo come un fallimento. È accorgersi se stiamo forzando per ego, per abitudine, per confronto.

Praticare Satya negli asana significa smettere di inseguire un'immagine ideale della postura e iniziare ad abitare davvero l'esperienza presente.

Significa ascoltare il respiro, distinguere tra una sfida sana e un dolore che chiede attenzione, riconoscere quando siamo presenti e quando stiamo solo "facendo".

Non è rinuncia. È presenza.


L'autenticità vera non ha bisogno di essere mostrata

Oggi si parla molto di autenticità. Ma spesso quella che viene mostrata è un'autenticità costruita, selezionata, performativa.

Satya non ha bisogno di essere mostrata. Non chiede approvazione.

È piuttosto una coerenza silenziosa tra ciò che sentiamo, ciò che pensiamo e ciò che facciamo.

Le persone più allineate con la propria verità non sono necessariamente quelle che parlano di più di sé. Spesso sono quelle che sanno quando fermarsi, quando ascoltare, quando non aggiungere altro.


Le menzogne più comuni sono le più sottili

Quando pensiamo alla menzogna, pensiamo alle bugie evidenti. Ma le forme più frequenti sono molto più sottili.

Sono le mezze verità, le omissioni, le frasi dette per comodità.

"Va tutto bene" quando non è vero.

"Nessun problema" quando siamo già oltre il limite.

Satya non ci chiede di diventare rigidi o inflessibili, ma di accorgerci di questi piccoli scarti tra ciò che è vero e ciò che esprimiamo.

E quando ce ne accorgiamo, qualcosa cambia: mantenere quel divario diventa sempre più faticoso.


Quando la verità libera e quando imprigiona

La verità può diventare una prigione quando viene vissuta come un obbligo, come una regola da applicare senza ascolto, senza contesto, senza Ahimsa.

In quel caso Satya diventa un altro ideale irraggiungibile, un altro motivo per giudicarci o giudicare gli altri.

Ma quando Satya è intesa come allineamento con ciò che è reale – con l'esperienza viva, imperfetta, mutevole – allora diventa liberatoria.

Non dobbiamo più sostenere maschere, ricordare versioni diverse di noi stessi, controllare costantemente l'immagine che diamo. C'è una grande leggerezza in questo.

Satya è un percorso, non una meta

Come tutti gli Yama, Satya non è qualcosa che si "raggiunge". È un processo continuo.

Richiede attenzione, ascolto, e soprattutto gentilezza verso se stessi.

Riconoscere quando non siamo sinceri non è un fallimento. È già parte della pratica.

La verità, spesso, inizia proprio da lì: dall'ammettere che facciamo fatica a essere veri.

E poco alla volta, senza forzare, Satya smette di essere qualcosa che facciamo e diventa semplicemente il modo in cui stiamo nel mondo.


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