Aparigraha: lasciare andare senza perdere (il vero significato del non attaccamento) | Ep.11
- Giada

- 9 giu
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 2 giorni fa
Lasciare andare.
Due parole che fanno paura.
Perché significa perdere controllo.
Accettare che non tutto ci appartiene.
Nemmeno ciò che amiamo di più.
Aparigraha, l’ultimo Yama, ci parla di questo.
Durata: ~11minuti
Categoria: Filosofia, Pratica
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TRASCRIZIONE DELL'EPISODIO
Benvenuti all’undicesimo episodio di Yoga Oltre il Tappetino.
Io sono Giada Gabiati. Non mi considero una guru e non propongo verità assolute.
Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire nuovi aspetti della pratica e di come integrarla nel quotidiano.
Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e piccoli strumenti che lo yoga ci offre per vivere meglio.
Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ascoltare e guardare un po’ più in profondità.
Nelle scorse puntate abbiamo parlato di Ahimsa, Satya, Asteya e Brahmacharya.
Oggi parliamo del quinto e ultimo Yama: Aparigraha.
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[PARTE 1 – COSA SIGNIFICA APARIGRAHA]
Aparigraha è l’ultimo dei cinque Yama.
“A” significa “non”. “Parigraha” significa afferrare, possedere, attaccarsi.
Letteralmente: non attaccamento.
Negli Yoga Sutra di Patanjali, al capitolo 2, sutra 39, troviamo scritto:
“Quando si è stabiliti in Aparigraha, sorge la conoscenza del come e del perché della nascita.”
Un sutra criptico, vero? Difficile da interpretare.
Vyasa, il più antico commentatore degli Yoga Sutra, lo interpreta come la conoscenza delle proprie esistenze passate, presenti e future.
Altri commentatori lo vedono più in generale: quando lasciamo andare l’attaccamento, vediamo chiaramente il lo scopo della nostra vita.
In entrambi i casi, il punto resta lo stesso: quando non siamo aggrappati a ciò che possediamo, la mente si calma. E nella calma, vediamo più chiaramente.
Ma Aparigraha non parla solo di cose materiali.
Non è solo: “butta via le cose che non usi”.
È qualcosa di più profondo.
È attaccamento.
A cose, sì. Ma anche a persone. A idee. A identità.
A tutto ciò che teniamo stretto per paura di perdere noi stessi.
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ATTACCAMENTO A COSE, PERSONE, IDEE
Cosa significa essere attaccati?
Significa aggrapparsi.
Tenere stretto qualcosa per paura di perderlo.
Identificarci con ciò che possediamo.
Ci sono diversi tipi di attaccamento…
1- Partiamo dalle cose.
Non è questione di quante cose abbiamo, ma di quanto siamo aggrappati a esse.
L’attaccamento è quella sensazione di panico quando pensi di perdere qualcosa.
Quel vestito che non metti da anni… potresti buttarlo facilmente, ma non ci riesci. Perché?
Forse perché te lo ha regalato qualcuno, o perché lo indossavi quando eri diversa.
Non è il vestito. È ciò che rappresenta.
2- L’attaccamento riguarda anche le persone.
Quando l’amore diventa bisogno.
Quando diciamo “ti amo” ma in realtà intendiamo “ho bisogno di te”, “non posso stare senza di te”.
Quando vogliamo che l’altro sia come vogliamo noi.
Quando la paura di perdere qualcuno ci fa soffocare la relazione.
Questo non è amore. È attaccamento.
3- E poi ci sono le idee.
Quante volte ci aggrappiamo a un’opinione, a un modo di fare, a una convinzione?
“Ho sempre fatto così.”
“Io la penso così.”
“Questa è la verità.”
E non riusciamo a cambiare, nemmeno quando la realtà ci mostra altro.
4- C’è l’attaccamento all’identità. Ai ruoli che interpretiamo.
“Io sono madre.”
“Io sono insegnante di yoga.”
“Io sono quella che fa tutto da sola.”
Questi ruoli ci danno sicurezza. Ci definiscono.
Ma quando ci identifichiamo troppo con loro, diventano gabbie.
5- E c’è l’attaccamento alla routine. Ai nostri programmi. Ai nostri piani.
Quando tutto deve andare come abbiamo deciso.
Quando un imprevisto ci manda in crisi.
Quando non riusciamo ad adattarci al cambiamento.
Questo bisogno di controllo è attaccamento.
Aparigraha ci invita a lasciare andare.
Non per diventare indifferenti.
Ma per essere liberi.
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QUANDO HO DOVUTO LASCIARE ANDARE
Per me, Aparigraha è diventato concreto durante la gravidanza.
Una gravidanza difficile.
Prima, la pratica fisica era tutto per me. Praticavo ogni giorno. Moltissimo.
Era il mio rifugio, la mia ancora.
Eravamo in lockdown per il Covid, e la pratica era ciò che mi teneva in equilibrio.
E poi, all’improvviso, ho dovuto smettere. Cinque mesi a letto.
Proprio quando ne avevo più bisogno.
Stavo vivendo un cambiamento enorme: gravidanza, lockdown, paura.
E l’unica cosa che mi dava stabilità mi è stata tolta.
Mi sono sentita persa. E anche un po’ arrabbiata.
Ma devo dire che ho reagito bene.
Ho praticato il non attaccamento.
Nonostante gli ormoni della gravidanza – che, diciamolo, non aiutano.
Ho lasciato andare.
Non per scelta, ma per necessità.
E lasciando andare la pratica fisica, ho scoperto altro.
Mi sono dedicata molto alla meditazione. Ho approfondito altri aspetti della pratica.
E ho trovato un modo per continuare a insegnare. Online, con mio marito come controfigura. Io guidavo dalla voce. Lui faceva le posizioni.
I miei allievi hanno continuato a seguire le lezioni. E per questo li ringrazio. Come ringrazio mio marito.
In quel momento ho capito: la pratica non si ferma. Cambia forma.
Ho approfittato per studiare, ho fatto nuovi percorsi di formazione.
Sapevo già, intellettualmente, che la pratica non è solo il corpo sul tappetino.
Ma comprenderlo profondamente nell’esperienza è un’altra cosa.
E quando sono tornata a praticare fisicamente, qualcosa era cambiato.
La mia pratica è diventata più profonda, più consapevole.
Meno attaccata alla forma fisica. Ma molto più integrata nella vita.
La meditazione è continuata con intensità anche dopo.
Aparigraha mi ha insegnato questo: lasciare andare non è perdere.
A volte è trovare qualcosa di diverso, spesso qualcosa di più profondo.
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IL COLLEGAMENTO CON GLI ALTRI YAMA
E qui vediamo come gli Yama si intrecciano tra loro.
Come vi avevo raccontato nella puntata 6, gli otto anga dell’Ashtanga Yoga di Patanjali formano un sistema circolare.
La pratica di un anga ci riporta inevitabilmente agli altri.
Aparigraha è l’ultimo Yama. Chiude il cerchio.
Pensate ad Asteya, il non rubare.
Perché rubiamo? Perché sentiamo che ci manca qualcosa.
Ma se non siamo attaccati, se riconosciamo che abbiamo già abbastanza, il bisogno di prendere scompare.
Aparigraha e Asteya si sostengono a vicenda.
E pensate a Brahmacharya, la moderazione, il non disperdere energia.
L’attaccamento disperde un’energia enorme.
Quando ci aggrappiamo a qualcosa, sprechiamo energia in paura, controllo, resistenza.
Lasciare andare libera energia. Aparigraha e Brahmacharya si nutrono a vicenda.
E poi c’è Ahimsa, la non violenza.
L’attaccamento genera violenza: verso noi stessi, quando perdiamo ciò a cui siamo attaccati; verso gli altri, quando vogliamo controllarli, possederli, cambiarli.
Lasciare andare è un atto di non violenza.
Infine, Satya, la verità, l’autenticità.
L’attaccamento ci allontana da chi siamo davvero. Ci identifichiamo con ruoli, cose, idee.
Lasciare andare ci riporta alla nostra verità.
Non possiamo praticare Aparigraha senza ritrovarci faccia a faccia con tutti gli altri Yama.
Il sistema è circolare. Ogni volta che pratichiamo uno Yama, torniamo agli altri con maggiore profondità.
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COME PRATICARE APARIGRAHA
Come si pratica Aparigraha nella vita quotidiana?
Come tutti gli Yama, inizia dal notare. Dalla consapevolezza.
A cosa siamo attaccati?
Non è sempre facile vederlo. L’attaccamento si nasconde.
Si maschera da amore, da responsabilità, da bisogno legittimo.
Ma c’è un modo per riconoscerlo.
Chiediti: cosa succederebbe se perdessi questa cosa?
Questa persona. Questa idea. Questo ruolo. Questa routine.
Se la risposta è panico, paura, vuoto: c’è attaccamento.
Non è la cosa in sé il problema. È quanto siamo aggrappati ad essa.
Aparigraha non ci chiede di rinunciare a niente.
Ci chiede di tenere le cose con mano leggera.
Di amare senza possedere.
Di avere opinioni senza irrigidirci.
Di abitare i ruoli senza identificarci completamente con essi.
Di fare programmi sapendo che possono cambiare.
È una pratica sottile. Richiede presenza. Onestà.
E soprattutto, accettare il cambiamento.
Perché niente resta uguale. Le persone cambiano. Noi cambiamo. Le situazioni evolvono.
Aparigraha è fare pace con l’impermanenza.
E quando lasciamo andare, scopriamo qualcosa di sorprendente.
Non perdiamo nulla. Diventiamo più liberi.
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CONCLUSIONE
Aparigraha è l’ultimo degli Yama.
Con questa puntata chiudiamo il cerchio dei cinque Yama.
Abbiamo parlato di Ahimsa, la non violenza.
Di Satya, la verità.
Di Asteya, il non rubare.
Di Brahmacharya, la moderazione.
E oggi di Aparigraha, il non attaccamento.
Cinque principi che si intrecciano, che si sostengono a vicenda.
Che ci invitano a guardare come viviamo le nostre relazioni con gli altri e con il mondo.
Aparigraha ci ricorda che lasciare andare non è perdere.
È trovare libertà.
Nella prossima puntata inizieremo a esplorare i Niyama, i principi che riguardano il nostro rapporto con noi stessi.
Grazie per aver ascoltato questa puntata di Yoga Oltre il Tappetino.
Se ti è piaciuta, seguimi per non perdere i prossimi episodi.
E se hai domande, riflessioni o temi da esplorare insieme, scrivimi: trovi i miei contatti nella descrizione.
Alla prossima puntata.
Questo episodio fa parte del percorso dedicato agli Yoga Sutra di Patañjali.
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