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Tapas: la disciplina che trasforma (senza diventare una gabbia) | Ep.14

  • Immagine del redattore: Giada
    Giada
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

In questo episodio di Yoga Oltre il Tappetino esploriamo il significato di Tapas, il primo dei tre elementi della Kriya Yoga descritta da Patañjali negli Yoga Sutra.

Spesso tradotto come disciplina, austerità o ascesi, Tapas è molto più di questo. È il fuoco interiore che sostiene la trasformazione, senza trasformarsi in rigidità o controllo.

Attraverso i testi della tradizione, alcune immagini simboliche e riflessioni tratte dall'esperienza quotidiana, proviamo a riscoprire una disciplina capace di nutrire la pratica, il lavoro, le relazioni e la vita di ogni giorno.



TRASCRIZIONE COMPLETA EPISODIO


Quante volte hai smesso di fare qualcosa che amavi perché non riuscivi a essere costante come ti eri promessa o promesso?

Non perché non ti importasse. Ma perché ti eri data — o dato — delle regole troppo rigide, e al primo scivolone hai pensato che non valesse più la pena continuare.


O magari, al contrario… quante volte sei rimasta dentro una disciplina che non ti faceva più bene, solo perché interromperla ti sembrava un fallimento?


Io ci sono passata. Più volte.Soprattutto dall’eccesso di disciplina.

Poi ho cominciato a studiare e soprattutto a comprendere Tapas — uno dei cinque Niyama degli Yoga Sutra — e ho capito che forse il problema non era la mancanza o l’eccesso di disciplina.

Era l’idea che avevo costruito della parola “disciplina”.

Di questo parliamo oggi, nell’episodio 14 di Yoga Oltre il Tappetino.


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Da dove viene la parola “Tapas”


Tapas è una parola sanscrita che compare ovunque nella letteratura indiana classica. La troviamo già nel Rigveda, nelle Upanishad, nella Bhagavad Gita, e naturalmente negli Yoga Sutra di Patañjali, dove occupa un posto centrale tra i Niyama — le osservanze personali del percorso yoga.


Il significato letterale della radice tap è riscaldare, ardere. Tapas è il calore, il fuoco interiore.


Quando i missionari cristiani europei cominciarono a entrare in contatto con la cultura indiana, si trovarono di fronte a qualcosa che non sapevano bene come tradurre. Videro asceti che si sottoponevano a pratiche fisiche estreme — digiuni, posture immobili per ore, esposizione al freddo o al calore — e tradussero Tapas con austerità, penitenza, ascesi.


Non era del tutto sbagliato. Ma era parziale. E quella traduzione parziale è arrivata fino a noi, plasmando il modo in cui molte scuole di yoga moderno intendono la pratica: sforzo fisico, resistenza, capacità di sopportare il disagio.


Il problema non è che questa accezione sia falsa. Il problema è che è incompleta.

E un’idea incompleta, se la prendiamo per l’intera verità, ci porta fuori strada.


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Cosa dicono i testi classici


Patañjali, nel secondo capitolo degli Yoga Sutra, introduce Tapas come uno degli elementi della Kriya Yoga — la yoga dell’azione — insieme a Svadhyaya, lo studio di sé, e Ishvara Pranidhana, l’abbandono al principio ordinatore della realtà.


Tapas, scrive Patañjali, è ciò che permette di purificarsi dalle impurità accumulate. È forza di volontà. È la capacità di imporsi una disciplina seria.


Ma Vyāsa — uno dei commentatori più importanti degli Yoga Sutra, probabilmente vissuto tra il IV e il V secolo d.C. — aggiunge qualcosa di fondamentale. Precisa che Tapas

“deve essere praticato nella misura in cui non nuoce alla calma serena dello spirito”.


Questa frase mi sembra essenziale. Non dice: pratica fino a dove puoi sopportare. Dice: pratica fino a dove puoi restare serena.


È una distinzione enorme.


E ancora: nello Yogavāsiṣṭha, testo tantrico medievale di straordinaria profondità, si legge che l’avanzamento sul cammino spirituale è naturalmente lento, ma che

“il progresso stabile è da preferirsi a ogni sforzo violento per forzare il risultato”.


Il progresso stabile. Non il progresso veloce. Non il progresso spettacolare.


Questi testi non stanno descrivendo una pratica da atleta. Stanno descrivendo qualcosa di molto più vicino all’arte del camminare: un passo dopo l’altro, senza correre, senza fermarsi.


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La metafora del fuoco


Voglio soffermarmi sull’immagine del fuoco, perché mi sembra quella che contiene meglio il paradosso di Tapas.


Per accendere un fuoco devi lavorare. Devi preparare il posto, raccogliere la legna — quella grossa e quella piccola, perché senza la piccola quella grossa non prende — trovare una fonte di calore per l’innesco. Questo è il tuo sforzo. Ci vuole attenzione, competenza, intenzione.


Poi accendi.


E a quel punto, se fai la cosa giusta, smetti di fare.


Non puoi stare lì a soffiare continuamente sul fuoco: lo spegni. Non puoi aggiungere troppa legna tutta insieme: lo soffochi. Devi sorvegliare, certo. Devi alimentarlo al momento giusto. Ma per la maggior parte del tempo stai semplicemente presente, a guardare come il fuoco brucia da solo.


Gli studiosi vedici usano questa immagine anche in relazione alla chioccia e alle sue uova. La chioccia cova. Non fa niente di spettacolare — si siede, produce calore, aspetta. Quel calore è Tapas. Non è agitazione. Non è performance. È presenza silenziosa con un’intenzione precisa.



Mi fermo qui un momento, perché questa immagine mi dice qualcosa che sento molto nella pratica yoga.


Quante volte, sul tappetino, siamo convinti che fare di più significhi progredire di più? Spingere più forte nell’asana, restare più a lungo nella postura difficile, aggiungere un’altra serie, una ripetizione in più?


E quante volte invece il corpo stava cercando di dirci qualcosa — e noi non ascoltavamo, perché ascoltare ci sembrava pigrizia?


Il fuoco che brucia bene non è il fuoco più grande. È il fuoco equilibrato. Quello che scalda senza consumare tutto.


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Il paradosso della disciplina


C’è una riflessione di Mauro Bergonzi — professore, filosofo e insegnante di meditazione che seguo da anni — che mi torna in mente spesso. Parla di come la mente costruisca sistemi di controllo che poi, paradossalmente, diventano nuove forme di prigione.


La disciplina può fare esattamente questo.


Quando Tapas diventa una lista di austerità da spuntare — ho fatto la pratica, ho meditato, ho mangiato in modo corretto, ho dormito alle dieci — rischiamo qualcosa di sottile ma importante: ci sentiamo in pace con la coscienza perché abbiamo eseguito il programma, non perché abbiamo davvero prestato attenzione a come stavamo.


C’è una differenza tra fare yoga e essere presenti mentre si fa yoga. Tra meditare e stare seduti immobili per venti minuti aspettando che finisca.


Tapas non è l’esecuzione meccanica di atti ascetici. È l’*ardore* — quella qualità di attenzione viva, calda, sostenuta — che diamo a ciò che facciamo. Anche quando è semplice. Anche quando è piccolo.


C’è anche un altro paradosso di cui voglio parlare.


Quando la disciplina diventa troppo rigida, capita spesso che la prima volta che la infrangiamo — saltando un giorno di pratica, dormendo fino a tardi, mangiando “male” — tutto crolli. Come se l’identità che avevamo costruito intorno alla disciplina fosse fragile quanto un castello di carte.


Vyāsa ce lo aveva detto: non deve nuocere alla calma serena dello spirito. La disciplina che ci rende ansiosi, rigidi, incapaci di perdonarci un’imperfezione, non è Tapas. È qualcos’altro.


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Tapas nella vita quotidiana (oltre il tappetino)


Il titolo di questo podcast non è un caso: oltre il tappetino. Perché quello che succede sul tappetino dovrebbe in qualche modo riflettersi in come viviamo.


E allora Tapas, nella vita di tutti i giorni, a cosa assomiglia?


Assomiglia alla madre che si sveglia stanca e trova comunque la pazienza di ascoltare il figlio che fa fatica a dormire. Non perché sia un’eroina — ma perché c’è un fuoco di cura che tiene acceso, anche quando è esausta.


Assomiglia allo scrittore che torna ogni giorno alla pagina bianca, anche quando non viene fuori niente di buono. Non per forza. Per fedeltà.


Assomiglia a quel momento in cui, invece di reagire d’istinto in una conversazione difficile, ti fermi. Respiri. Lasci passare un secondo prima di rispondere.


Quel secondo — quella piccola, invisibile pausa — è Tapas. È fuoco che brucia verso l’interno, invece di esplodere verso l’esterno.



Tapas non chiede gesti epici. Chiede continuità. Chiede che tu torni, anche dopo aver smesso. Anche dopo l’interruzione, il dubbio, la stanchezza.


Non ti chiede di essere perfetta. Ti chiede di ricominciare.


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C’è un’ultima cosa che vale la pena ricordare.


Negli Yoga Sutra, Tapas non compare da solo. Patañjali lo affianca a Svadhyaya e a Ishvara Pranidhana, gli altri due elementi della Kriya Yoga.


Non entrerò nel dettaglio oggi. Ci dedicheremo il tempo che meritano nei prossimi episodi.


Ma forse basta dire questo: la disciplina, da sola, non basta.


Ha bisogno della capacità di osservarsi con sincerità. E ha bisogno dell’umiltà di riconoscere che non tutto può essere controllato.


Ne parleremo.


Per ora, teniamo acceso il fuoco.


Conclusione


Torniamo alla domanda con cui ho aperto questo episodio.


Quante volte hai smesso di fare qualcosa che amavi perché non riuscivi a farlo con la costanza che ti eri imposta?


O, al contrario, quante volte hai continuato a fare qualcosa che non ti faceva più bene, solo perché interromperlo ti sembrava un fallimento?


Forse la risposta non è che ti mancava la disciplina.

Forse la disciplina che avevi immaginato era troppo simile a una gabbia — e la parte di te che ha smesso, o quella che ha insistito oltre il necessario, stava semplicemente cercando di respirare.


Tapas è fuoco. E il fuoco, per bruciare bene, ha bisogno di ossigeno.


La prossima volta che ti trovi di fronte a qualcosa che senti importante — una pratica, un progetto, una relazione — prova a chiederti non solo quanto sei disposta a impegnarti, ma come. Con quale qualità di attenzione. Con quale calore interiore.

Perché Tapas non si misura in ore trascorse sul tappetino.

Si misura in come sei presente, mentre sei lì.

[pausa lunga]

Grazie per aver ascoltato questo episodio di Yoga Oltre il Tappetino.


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E se qualcosa di quello che hai sentito oggi ti ha toccato, o se vuoi raccontarmi la tua esperienza con Tapas, mi trovi su Instagram come sempre.


Nel prossimo episodio parleremo di Svadhyaya: lo studio di sé, e il coraggio di guardarsi con sincerità.

Ci sentiamo presto.

Ciaooo



RIFERIMENTI E FONTI


- Patañjali, Yoga Sutra, II,1 (Kriya Yoga: Tapas, Svadhyaya, Ishvara Pranidhana)

- Vyāsa, Yogabhāṣya (commentario agli Yoga Sutra)

- Yogavāsiṣṭha, V, 92 (sul progresso stabile vs. sforzo violento)

- Mauro Bergonzi, riflessioni sulla mente e i sistemi di controllo

- Rigveda e tradizione vedica (sul calore come principio cosmologico e spirituale)

Questo episodio fa parte del percorso dedicato agli Yoga Sutra di Patañjali.

Scopri tutti gli episodi della serie:

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