Asteya: cosa rubiamo senza accorgercene ogni giorno | Ep.9
- Giada

- 3 mag
- Tempo di lettura: 5 min
Quando pensiamo al rubare, pensiamo a oggetti. Ma Asteya — il terzo Yama degli Yoga Sutra di Patanjali — va molto più in profondità. Riguarda il tempo che sottraiamo agli altri arrivando in ritardo, l'attenzione che tratteniamo quando la mente è altrove, i meriti che non riconosciamo. E riguarda anche ciò che rubiamo a noi stessi: lo spazio, la cura, il riposo. In questo episodio esploriamo Asteya come pratica quotidiana — non come limite, ma come spostamento di sguardo: dalla scarsità all'abbondanza.
Durata: ~10 min
Categoria: Filosofia, Pratica
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TRASCRIZIONE COMPLETA DELL'EPISODIO
Quando pensiamo al rubare, pensiamo a oggetti materiali.
Ma cosa significa davvero “appropriarsi di ciò che non ci appartiene”?
Forse il tempo di qualcuno non ci appartiene.
L’attenzione di qualcuno non ci appartiene.
I meriti di qualcun altro non ci appartengono.
Asteya, il terzo Yama, parla di questo.
Introduzione
Benvenuti al nono episodio di Yoga Oltre il Tappetino.
Io sono Giada Gabiati: non mi considero una guru e di certo non propongo verità assolute.
Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire nuovi aspetti della pratica e di come integrarla nel quotidiano.
Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e piccoli strumenti che lo yoga ci offre per vivere meglio.
Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ascoltare, e guardare un po’ più in profondità.
Nelle scorse puntate abbiamo parlato di Ahimsa, la non-violenza, e di Satya, la verità.
Oggi parliamo del terzo Yama: Asteya, la non-appropriazione.
Cosa significa asteya
Asteya è una parola sanscrita.
“A” significa “non”. “Steya” significa “rubare”.
Letteralmente: non appropriarsi di ciò che non ci appartiene.
Negli Yoga Sutra di Patanjali (capitolo 2, sutra 37), secondo la traduzione di Swami Satchidananda, troviamo scritto:
“A chi è stabilito nella non-appropriazione, viene ogni ricchezza.”
Sembra un paradosso, vero?
Se smetto di prendere, ricevo ricchezza?
Ma la chiave sta proprio qui: Asteya non parla solo di non rubare oggetti.
Parla di un cambiamento profondo di prospettiva.
Da scarsità ad abbondanza.
Si tratta di spostare lo sguardo da ciò che manca a ciò che c’è già.
Non solo oggetti
Quando pensiamo al rubare, pensiamo a oggetti materiali… a qualcosa di tangibile.
Asteya va molto oltre gli oggetti materiali.
E in quest’ottica rubiamo molto, rubiamo continuamente, senza nemmeno accorgercene.
Rubiamo tempo.
Quante volte arriviamo in ritardo a un appuntamento?
Stiamo rubando il tempo di qualcuno.
Anche dire “sì” a un impegno quando sappiamo già che non riusciremo a mantenerlo è rubare tempo. All’altro e a noi stessi.
Rubiamo spazio.
Quando monopolizziamo una conversazione senza lasciare spazio all’altro.
Rubiamo energia e attenzione.
Quando non siamo presenti. Quando siamo lì con il corpo ma la mente è altrove.
Quante volte abbiamo fatto una cosa pensando già alla successiva?
Quante volte abbiamo ascoltato qualcuno mentre già preparavamo la nostra risposta?
In quel momento stiamo rubando. A noi stessi la possibilità di essere davvero presenti. All’altro la qualità della nostra attenzione.
Rubiamo meriti.
Quando ci appropriamo di un’idea altrui senza dare credito.
Quando diciamo “ho fatto questo” ma in realtà è stato un lavoro di squadra.
O quando non riconosciamo il contributo di qualcuno.
Tempo, spazio, attenzione, meriti.
Cose intangibili.
Ma proprio perché intangibili, facili da prendere senza nemmeno accorgersene.
Asteya ci invita a notare.
A chiederci: cosa sto prendendo che non mi appartiene?
Rubare a noi stessi
Ma c’è una forma di appropriazione ancora più sottile.
Quella verso noi stessi.
Possiamo rubare a noi stessi in tanti modi.
Non prenderci il tempo che ci serve.
Non chiedere aiuto quando ne abbiamo bisogno.
Non riconoscere i nostri meriti.
Non prenderci lo spazio che ci spetta.
Quando rubiamo a noi stessi, rubiamo anche agli altri.
Arriviamo esausti, irritabili, senza energie da dare.
Prendersi del tempo non è egoismo. È sopravvivenza.
Chiedere aiuto non è debolezza. È intelligenza.
Perché prenderci cura di noi stessi non toglie nulla agli altri.
Al contrario. Ci permette di dare davvero.
La pratica di Asteya richiede costanza.
Tra capire e mettere in pratica c’è un percorso.
E questa resta la parte più difficile, ma anche la più trasformativa.
Il legame tra bramosia e invidia
Asteya è strettamente legato a bramosia e invidia.
Quando desideriamo ciò che ha qualcun altro senza riconoscere ciò che abbiamo, stiamo già entrando nella logica del prendere.
Invece di apprezzare quello che abbiamo, ci concentriamo su quello che ci manca.
Il confronto continuo con gli altri: chi ha più successo, chi sembra avere una vita migliore.
Uno sguardo che misura sempre quello che manca, mai quello che c’è.
E spesso diamo per scontate le cose che abbiamo: il tempo che qualcuno ci dedica, l’attenzione ricevuta, un gesto gentile.
Qui vediamo come gli Yama si compenetrino tra loro.
Come vi avevo raccontato nella puntata 6, gli otto anga dell’Ashtanga Yoga di Patanjali formano un sistema circolare.
La pratica di un anga ci riporta inevitabilmente agli altri.
Quando pratichiamo Asteya, ci accorgiamo che tocca anche Ahimsa e Satya.
L’invidia? È violenza verso noi stessi e può portare a violenza verso gli altri.
Il confronto continuo? Ci allontana dalla nostra verità, da chi siamo davvero.
Asteya ci invita a spostare lo sguardo.
Non tanto su ciò che manca, ma sulla ricchezza già presente intorno a noi.
Dalla scarsità all’abbondanza.
Non è immobilità. Non è rinunciare a obiettivi.
È muoversi da un punto di pienezza, non di mancanza.
Come praticare Asteya
Come si pratica Asteya nella vita quotidiana?
Come tutti gli Yama, inizia dal notare.
Notare quando stiamo prendendo qualcosa che non ci appartiene.
Il tempo degli altri. L’energia. I meriti. O quando rubiamo a noi stessi.
Non per giudicarci. Solo per vedere.
Vedere è il primo passo.
Ma vedere da solo non basta.
Serve cambiare prospettiva.
E c’è uno strumento potente per farlo: la gratitudine.
Non come esercizio forzato da fare prima di dormire.
Ma come sguardo.
Invece di concentrarci su cosa manca, chiederci: cosa ho già?
Chi mi ha dedicato tempo oggi? Chi mi ha dato attenzione? Chi ha reso possibile quello che ho fatto?
Questo cambia tutto.
Perché quando riconosci l’abbondanza che già c’è, il bisogno di prendere diminuisce.
E restituire diventa naturale.
Non per dovere. Per gioia.
Un grazie sincero. La disponibilità a esserci. Condividere quello che abbiamo.
È un circolo virtuoso.
Più riconosco ciò che ho ricevuto, più sono portato a dare.
E più do con gioia, più mi sento ricco.
Proprio come dice Patanjali: “A chi è stabilito nella non-appropriazione, viene ogni ricchezza.”
Non la ricchezza materiale, ma quella che conta davvero.
Chiusura
“A chi è stabilito nella non-appropriazione, viene ogni ricchezza.”
All’inizio sembrava un paradosso.
Ma ora è più chiaro.
Non si tratta di rinunciare. Di limitarsi. Di vivere nell’assenza.
Si tratta di guardare a ciò che è già disponibile.
Dalla scarsità all’abbondanza.
E quando partiamo da lì, tutto cambia.
Asteya è una pratica. Non una meta da raggiungere.
È notare quando prendiamo ciò che non ci appartiene.
E scegliere, quando possibile, di muoversi da un punto di pienezza.
Nella prossima puntata parleremo di Brahmacharya, il quarto Yama.
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Alla prossima puntata.





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