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Guerra, crisi, violenza: la trasformazione interiore come atto politico

  • Immagine del redattore: Giada
    Giada
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 2 giorni fa

edificio in macerie, simbolo del caos nel mondo contemporaneo

Ogni mattina presto leggo, nel silenzio, di prima che la giornata inizi. Stavo leggendo un libro, qualche giorno fa, e mi ha lasciato un senso di inquietudine. Diceva quello che so già e faccio fatica ad accettare: che il caos là fuori e il caos qui dentro non sono due cose separate.


Fuori, in questo momento, il mondo brucia. Guerre, massacri, oppressioni sistematiche, democrazie che si sgretolano. Se me lo avessero descritto dieci anni fa non ci avrei creduto. Non per ingenuità, ma perché certi livelli di violenza e di cinismo sembravano appartenere a un passato che pensavamo di aver lasciato alle spalle.


Ed è esattamente lì che Vimala Thakar, con il suo libro, “Il mistero del silenzio”, mi ha fermata.


Vimala Thakar (Bilaspur, 1921 – Mount Abu, 2009) era una donna indiana che aveva fatto dell’attivismo sociale la sua vita prima ancora di diventare un’insegnante spirituale. Non è un dettaglio secondario. Quando parla di trasformazione interiore non lo fa da una stanza isolata dal mondo, lo fa da dentro la storia, con tutta la sua brutalità. Scriveva in un altro tempo, con le sue crisi e le sue violenze. Eppure certe domande non appartengono a un’epoca sola: si ripresentano, cambiano volto, ma restano le stesse. La violenza, il dominio, la frammentazione non sono invenzioni del nostro secolo. E nemmeno lo è la domanda su come uscirne.


La domanda che attraversa il suo lavoro è scomoda: e se il disordine che vediamo fuori fosse anche una proiezione di qualcosa che non abbiamo ancora guardato dentro di noi? Non come colpa individuale, non si tratta di questo. Ma come struttura. Come modo di funzionare della mente umana che tende a dividere, a competere, a dominare, e che poi costruisce sistemi politici, economici e sociali a propria immagine.


Non è una risposta consolatoria. È anzi una delle idee più destabilizzanti che abbia incontrato: che cambiare il mondo senza cambiare questa struttura sia, in fondo, impossibile.


Eppure questa idea ha qualcosa di destabilizzante. Perché se è vera — anche solo in parte — le cose sono più complesse di quanto sembrano. Non basta indignarsi, non basta schierarsi, non basta fare le cose giuste. Eppure già questo sarebbe qualcosa perché molti, intorno a noi, vivono come se niente stesse succedendo. Non lo dico come giudizio: forse è una forma di protezione, un modo per non essere sopraffatti. Ma il risultato è lo stesso, il mondo brucia e noi guardiamo altrove.


Bisogna anche essere disposti a guardare dentro, a chiedersi in che misura anche noi partecipiamo, inconsapevolmente, alle stesse dinamiche che diciamo di voler cambiare. La paura dell’altro, il bisogno di avere ragione, la difficoltà di tollerare l’incertezza — non sono solo problemi dei potenti. Sono strutture psicologiche profonde, che abitano anche chi si oppone. Funzionano come un filtro: costruiamo continuamente una narrativa su noi stessi e sul mondo - chi siamo, chi sono gli altri, chi ha torto e chi ha ragione. Quella narrativa non è la realtà. E finché non lo vediamo, continuiamo ad agire a partire da essa, convinti di essere lucidi quando invece stiamo semplicemente reagendo.


Basta osservarsi. Ci irritiamo quando qualcosa va contro i nostri desideri. Vogliamo che le persone, le situazioni, il mondo intero si adattino a ciò che vogliamo noi. È un meccanismo talmente radicato che quasi non lo vediamo più. Eppure non sono forse queste le stesse radici dell’imperialismo, del colonialismo, di ogni forma di dominio? La pretesa che il proprio modo di essere, di pensare, di vivere sia quello giusto, quello da imporre? Vedere queste radici operare in noi — non negli altri, in noi — è già un atto rivoluzionario.


Questo non significa che tutto sia uguale, che chi opprime e chi resiste siano la stessa cosa. Significa qualcosa di più sottile e più esigente: che la trasformazione interiore non è un’alternativa all’azione politica, ma una sua condizione. Senza lucidità, senza quella capacità di vedere le cose come sono e non come vorremmo che fossero, anche l’azione più giusta rischia di riprodurre, in forme diverse, ciò che combatte.


È un lavoro lento, discontinuo, spesso scomodo. Non produce risultati visibili. Non si misura. La pratica meditativa è il punto di partenza, il luogo in cui cominciamo ad allenare questo sguardo su noi stessi. Ma il lavoro vero si compie nella vita di tutti i giorni, nei rapporti, nelle conversazioni, nelle scelte piccole e grandi.


Ma riconoscere queste radici in noi non significa paralizzarsi. C’è un’altra trappola in cui è facile cadere: quella dell’impotenza. Lasciare che la gravità di ciò che vediamo si trasformi in depressione, in amarezza, in cinismo e diffondere intorno a noi, con i pensieri e con le emozioni, quella stessa oscurità che vorremmo combattere.


Vimala Thakar suggerisce qualcosa di diverso: prendere la propria comprensione come punto di partenza e camminare in quella luce. Non aspettare che il mondo cambi tutto insieme, ma fare in modo che il proprio angolo sia illuminato. Se ognuno si occupa davvero del proprio angolo — non come rinuncia al resto, ma come contributo reale — forse nessun problema resta davvero globale nel senso di irrisolvibile.


Non è una promessa. È una direzione.


Non so se Vimala Thakar avesse ragione fino in fondo. Non so se la trasformazione interiore sia davvero possibile su scala tale da fare la differenza. Sono domande che non hanno risposta certa, e diffido di chi ce l’ha.


Quello che so è che il libro mi è rimasto in mano più a lungo del solito. E che certe domande, una volta incontrate, non le puoi rimettere a posto come se niente fosse.


Il silenzio di cui parla Vimala Thakar non è indifferenza. Non è ritiro. È forse l’unico posto da cui si riesce a vedere con chiarezza e da cui, eventualmente, agire.

Vimala Thakar, Il mistero del silenzio, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1988

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