Yoga Sutra di Patanjali: comprendere lo yoga è comprendere se stessi | Ep.6
- Giada

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 9 min
La sesta puntata di Yoga Oltre il Tappetino è dedicata al testo che definisce lo yoga classico: gli Yoga Sutra di Patanjali. Un'opera di 195 aforismi scritta duemila anni fa, che non consegna risposte ma apre domande. In questo episodio parliamo di cosa sono gli Yoga Sutra, del percorso degli otto passi — l'Ashtanga Yoga — e di come un testo così antico possa ancora oggi funzionare come specchio per chi pratica.
Durata: ~15 min
Categoria: Filosofia, Pratica
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TRASCRIZIONE COMPLETA
Yoga non si fa. Yoga si vive.
Se ti dicessero che gli Yoga Sutra non sono un manuale da seguire, ma uno specchio in cui guardarti?
Oggi parliamo del testo più importante dello yoga. E di come può diventare uno strumento per comprendere noi stessi.
Introduzione
Benvenuti al sesto episodio di Yoga Oltre il Tappetino. Io sono Giada Gabiati: non mi considero una guru e non propongo verità assolute. Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire ogni giorno nuovi aspetti della pratica e di come integrarla nel quotidiano.
Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e piccoli strumenti che lo yoga ci offre per vivere meglio. Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ad ascoltare, a guardare un po' più in profondità.
Nelle puntate precedenti abbiamo nominato più volte gli Yoga Sutra di Patanjali. Parlando di asana, di meditazione, di cosa sia lo yoga.
Oggi è arrivato il momento di approfondire. Di parlare del testo che rappresenta la base teorica e spirituale dello yoga classico. E di come studiarlo possa essere un modo per capire meglio noi stessi.
Cosa sono gli Yoga Sutra
Prima di tutto, una premessa.
Degli Yoga Sutra si è scritto tantissimo. Ci sono intere biblioteche di commentari. Interpretazioni filologiche. Discussioni infinite su traduzioni, termini sanscriti, significati.
Che sono importanti, per carità. Ma per quello ci sono studiosi e commentatori molto più preparati di me.
Quello che voglio fare oggi è diverso.
Voglio parlarti degli Yoga Sutra come di uno strumento vivo. Concreto. Che può davvero cambiare il modo in cui pratichi lo yoga.
E anche il modo in cui vivi la tua vita.
Non lo presenterò come un testo da studiare (anche se ve lo consiglio se volete approfondire) ma come uno specchio in cui guardarti.
Quindi partiamo da qui.
Lo yoga è una disciplina antichissima.
Un’arte di conoscenza tramandata oralmente, in modo diretto, da maestro a discepolo.
È una delle sei darshana,
le scuole filosofiche indiane che interpretano i Veda,
le scritture più antiche dell’Induismo.
Ma il testo in cui troviamo la definizione classica del termine “yoga” — quella che è diventata di riferimento —
e le indicazioni per praticarlo,
è rappresentato dagli Yoga Sutra.
L’opera è attribuita a un certo Patanjali.
Una figura in parte storica, in parte leggendaria.
Una sorta di Omero indiano.
La datazione è incerta:
probabilmente tra il secondo secolo avanti Cristo
e il quinto secolo dopo Cristo.
L’opera è composta da 195 aforismi —
anche se alcune tradizioni ne contano 196 —
divisi in quattro capitoli.
Aforismi brevissimi.
Essenziali.
Densi.
E tutti orientati a mostrare una via:
una via attraverso cui ogni individuo può evolversi
e vivere in armonia con sé stesso.
Gli Yoga Sutra sono scritti in sanscrito.
Una lingua antica.
Affascinante.
Ma anche complessa.
Una lingua in cui una sola parola
può racchiudere molti significati.
E cambiare sfumatura
a seconda del contesto.
E già qui succede qualcosa di interessante.
Perché molti concetti dello yoga
non hanno un vero equivalente nelle lingue occidentali.
Quindi ogni traduzione
non è mai neutra.
È sempre, in parte, un’interpretazione.
Poi c’è un altro aspetto.
Gli Yoga Sutra sono estremamente sintetici.
A volte sono composti da pochissime parole.
Non nascono come un libro da leggere da soli sul divano.
Nascono in una tradizione orale.
Per essere spiegati, commentati, trasmessi.
Per questo una traduzione letterale, da sola,
spesso non basta per coglierne la profondità.
Ma qui arriva la parte bella.
È proprio questa essenzialità
a renderli così vivi.
Perché non ti consegnano risposte preconfezionate.
Ti mettono davanti a domande.
Non ti dicono cosa pensare.
Ti invitano a osservare.
Lasciano spazio alla tua esperienza.
Al tuo sentire.
Al tuo percorso.
Il testo di Patanjali
non propone una verità unica valida per tutti.
Non è un sistema da applicare in modo rigido.
E basta guardare i commentari scritti nei secoli per accorgersene:
gli stessi sutra
sono stati interpretati in modi diversi,
a volte persino opposti.
E forse è proprio questo il punto.
Gli Yoga Sutra non sono lì per dirti cosa credere.
Sono lì per aiutarti a guardarti dentro.
E forse è per questo
che, dopo più di duemila anni,
continuano ancora a parlare
a chi pratica.
Gli Yoga Sutra sono un testo aperto.
Che rimanda continuamente a noi stessi.
Ognuno può trovarci la propria verità.
Una sorta di specchio. Un invito a interrogarci e a trovare risposte.
Patanjali, in conformità con la più antica e autentica tradizione, non detta precetti assoluti. Ma propone di seguire la via dell'esperienza.
Comprendere lo yoga
Lo yoga nasce dal bisogno fondamentale dell'uomo di comprendere la propria esistenza. E di liberarla dalla sofferenza.
Patanjali lo definisce nel secondo sutra con tre parole sanscrite: "citta vritti nirodha".
Tradotto per lo più con "cessazione (o meglio, quietamento) delle fluttuazioni della mente".
Quando la mente — citta — è calma, il praticante si trova in uno stato di yoga.
Quando le fluttuazioni mentali — vritti — si placano, non siamo più identificati con esse.
Non siamo più presi dai pensieri, dalle preoccupazioni, dallo stress e dall'angoscia.
E si è in uno stato totale di yoga.
Lo yoga è dunque prima di tutto uno stato. Un'esperienza.
Lo yoga non si fa. Ma si vive.
Ti ricordi la prima puntata? Parlavamo dello yoga come ricerca. Come via per conoscere noi stessi.
Ecco, gli Yoga Sutra ci accompagnano progressivamente su questa via. Attraverso il risveglio e l'affinamento della nostra consapevolezza.
Al fine di renderci individui coscienti. Responsabili. Liberi.
Il percorso: Ashtanga Yoga
Questo percorso verso la consapevolezza è descritto da Patanjali nel secondo capitolo dell'opera. Il Sadhanapada.
Il termine Sadhana è una parola sanscrita che significa metodo, sistema. E costituisce l'insieme di pratiche che hanno come fine ultimo la realizzazione spirituale.
Nel Sadhanapada, Patanjali indica all'aspirante yogi una via di trasformazione attraverso l'Ashtanga Yoga.
Ashta significa otto. Anga significa rami, membra.
Otto passi.
Attenzione: l'Ashtanga Yoga di Patanjali non va confuso con l'Ashtanga Vinyasa Yoga. Che indica una pratica fisica codificata e resa popolare dal maestro Pattabhi Jois a Mysore, nell'India meridionale, in epoca ben più recente.
Conoscere questi otto anga ci permette di comprendere che la pratica fisica — asana — anche se fondamentale, è solo un aspetto della complessa filosofia di vita che lo yoga rappresenta.
Vediamoli insieme.
Yama e Niyama
I primi due passi sono Yama e Niyama.
Sono quelli che toccano da vicino la nostra vita di tutti i giorni.
Come stiamo con gli altri. Come stiamo con noi stessi.
Come affrontiamo le difficoltà e i piccoli conflitti quotidiani.
Spesso si leggono come “precetti morali”.
Ma attenzione: la parola morale può trarci in inganno.
Quando pensiamo alla morale, immaginiamo regole imposte dall’esterno:
dalla società, dalla religione, dalla cultura.
“Devi fare questo. Non devi fare quello.”
Yama e Niyama, negli Yoga Sutra, non funzionano così.
Non sono comandamenti. Non servono a diventare “bravi yogi”.
Non sono regole da rispettare a tutti i costi.
Li possiamo vedere come bussole etiche.
Indicazioni pratiche che ci aiutano a muoverci nella vita con più chiarezza, più equilibrio.
Non dettano cosa fare, ma suggeriscono come coltivare qualità che già appartengono a noi.
Piccoli orientamenti che, giorno dopo giorno, ci permettono di vivere lo yoga davvero, dentro e fuori dal tappetino.
A questo punto potrei iniziare a elencarti tutti i principi,
uno per uno, con i loro nomi in sanscrito.
Ma ti dico la verità:
ascoltarli così, in fila, rischia di diventare solo una lista.
E Yama e Niyama non sono una lista.
Sono cose che ti succedono nella vita di tutti i giorni.
Sono quelle volte in cui stai per rispondere in modo duro…
e ti accorgi che puoi scegliere parole diverse.
Sono quando potresti prendere più di quello che ti serve…
ma senti che non è necessario.
Sono quando ti rendi conto che stai chiedendo troppo a te stesso
e forse puoi trattarti con un po’ più di gentilezza.
Yama parla di come stiamo con gli altri.
Di come abitiamo le relazioni.
Di come usiamo la nostra energia nel mondo.
Niyama parla di come stiamo con noi stessi.
Di quanto ci ascoltiamo.
Di quanto siamo onesti dentro.
Dentro ci sono temi molto semplici, in realtà:
non fare male,
dire la verità,
non prendere ciò che non ti appartiene,
non vivere nell’eccesso,
non accumulare per paura.
E poi: prenderti cura di te,
apprezzare ciò che c’è,
metterci impegno,
conoscerti meglio,
lasciare andare un po’ di controllo.
Non serve ricordare i nomi.
Non è un esame.
È vita.
Nelle prossime puntate li guarderemo con calma, uno alla volta,
con esempi concreti, normali, quotidiani.
Perché questi principi non diventano yoga quando li capisci.
Diventano yoga quando li riconosci
mentre vivi.
Magari in una conversazione.
In una scelta.
In un piccolo gesto che nessuno vede.
È lì che lo yoga esce dal tappetino
e diventa pratica vera.
La pratica
Dopo Yama e Niyama entriamo in una dimensione più esperienziale.
Più corporea.
Più sottile.
Patanjali parla di Asana, Pranayama e Pratyahara.
Asana è il terzo passo.
E qui spesso c’è un grande equivoco.
Pensiamo subito alle posizioni, alla forma, alla performance.
Ma negli Yoga Sutra non trovi sequenze, non trovi posture spettacolari.
Nulla di tutto questo.
Patanjali dice solo due cose:
stabile… e comodo.
Sthira e sukham.
Asana è il modo in cui stai.
Nel corpo.
Con te stesso.
Non la forma che mostri fuori.
Poi arriva il Pranayama.
Il lavoro sul respiro.
Sull’energia vitale.
Non è fare numeri o trattenere il fiato a tutti i costi.
È prima di tutto ascolto.
Percepire il respiro che entra, che esce.
Lasciare che diventi un ponte tra corpo e mente.
E poi c’è Pratyahara.
Un passaggio meno conosciuto, ma fondamentale.
È quando l’attenzione smette di correre fuori
e inizia a tornare dentro.
I sensi si quietano.
Non perché li forzi,
ma perché qualcosa dentro diventa più interessante del rumore esterno.
È qui che lo yoga inizia davvero a diventare esperienza interiore.
La padronanza mentale
Da questo spazio più interno si aprono gli ultimi tre passi:
Dharana, Dhyana, Samadhi.
Dharana è concentrazione.
Ma non rigidità.
È scegliere dove va la mente
e accorgersi quando scappa.
Con pazienza.
Senza guerra.
Poi c’è Dhyana.
La meditazione vera e propria.
Che non è “svuotare la mente” — cosa impossibile —
ma restare presenti.
Accorgerti dei pensieri
senza farti portare via.
È quello spazio silenzioso tra un pensiero e l’altro
di cui abbiamo già parlato.
E infine Samadhi.
La parola più grande.
La più difficile da spiegare.
È quando la separazione tra chi osserva e ciò che è osservato si scioglie.
Quando c’è solo esperienza.
Non è qualcosa da capire.
È qualcosa che, semmai, si riconosce.
Ed ecco il senso di questo percorso:
prima impariamo a stare nel mondo con più chiarezza (Yama e Niyama),
poi nel corpo e nel respiro (Asana e Pranayama),
poi nei sensi e nella mente.
Fino ad arrivare a una presenza sempre più piena.
Il sistema circolare
E qui c’è una cosa importante da capire.
L’Ashtanga Yoga di Patanjali non è una scala da salire.
Non è che completi un passo e passi al successivo.
Non funziona così.
Gli anga non sono gradini separati.
Si intrecciano.
Si influenzano.
Si nutrono a vicenda.
Yama e Niyama riguardano il nostro modo di stare al mondo.
Con gli altri.
Con noi stessi.
Spesso sono il punto da cui partiamo.
E da lì nasce il desiderio di praticare.
Di muoverci, respirare, osservare.
Asana e Pranayama ci portano dentro l’esperienza.
Pratyahara ci accompagna ancora più in profondità.
E poi c’è quello che Patanjali chiama Samyama:
Dharana, Dhyana, Samadhi insieme.
Ma non è un traguardo lontano.
Non è “l’ultimo livello”.
Perché ogni volta che tocchiamo anche solo un momento di presenza vera,
tutti gli anga ne vengono trasformati.
Il modo in cui respiri cambia.
Il modo in cui ti muovi cambia.
Il modo in cui stai con gli altri cambia.
È per questo che si può parlare di un sistema circolare.
Torni sempre agli stessi punti,
ma con più consapevolezza.
E lo stato di yoga può emergere
sia mentre ti muovi sul tappetino
sia mentre osservi un pensiero in silenzio.
Poi quella qualità di presenza esce dalla pratica
e entra nella vita.
Nelle relazioni.
Nelle scelte.
Nel modo in cui rispondi al mondo.
Ed è lì che lo yoga smette di essere qualcosa che fai
e diventa qualcosa che vivi.
Con più verità.
Con meno violenza.
Con più coscienza.
E, forse, con un po’ più di libertà.
Conclusioni
Gli Yoga Sutra non sono un manuale da seguire alla lettera.
Sono uno specchio.
Un invito a interrogarci.
A trovare le nostre risposte.
Nelle prossime puntate approfondiremo Yama e Niyama,
i principi etici che sono alla base dello yoga.
Perché prima di fare yoga sul tappetino,
lo yoga si vive.
Nelle relazioni con gli altri.
E con noi stessi.
Grazie per aver ascoltato questa puntata di Yoga Oltre il Tappetino.
Se ti è piaciuta, seguimi per non perdere i prossimi episodi.
E se hai domande o riflessioni, scrivimi:
trovi i miei contatti nella descrizione.
Alla prossima puntata.





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