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Satya: essere autentici fa paura (ma ci rende liberi) | Ep.8

  • Immagine del redattore: Giada
    Giada
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Durata: ~9 min

Categoria: Filosofia, Pratica

Ascolta anche su: Spotify | Apple Podcasts

TRASCRIZIONE COMPLETA

La bugia più grande non è quella che diciamo agli altri.

È quella che diciamo a noi stessi.

Quelle piccole frasi che ci ripetiamo ogni giorno per non sentire davvero cosa c’è dentro.

Satya. La verità. Il secondo Yama.

Oggi parliamo di autenticità.

E di quanto sia difficile essere sé stessi.




INTRODUZIONE

Benvenuti all’ottavo episodio di Yoga Oltre il Tappetino.

Io sono Giada Gabiati: non mi considero una guru e non propongo verità assolute.

Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire nuovi aspetti della pratica e di come integrarla nel quotidiano.

Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e piccoli strumenti che lo yoga ci offre per vivere meglio.

Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ascoltare, e guardare un po’ più in profondità.

Nella scorsa puntata abbiamo parlato di Ahimsa, la non-violenza. Il primo degli Yama.

Oggi parliamo del secondo: Satya. La verità.


COSA SIGNIFICA SATYA

Satya deriva dalla radice sanscrita “sat”, che significa “essere”, “esistere”, “ciò che è reale”.

Satya è quindi la verità.

Ma non solo come “non mentire”.

È l’aderenza alla realtà. L’autenticità. Vivere in accordo con ciò che è.

Negli Yoga Sutra di Patanjali capitolo 2 sutra 36 si legge che quando il praticante è saldamente stabilito nella verità, le azioni e le loro conseguenze diventano subordinate alla sua volontà.

Quando Satya è radicato in noi, le nostre parole e azioni hanno potere.

Perché sono in linea con la realtà.

Non c’è dispersione di energia nel mantenere finzioni o maschere.

C’è coerenza tra ciò che siamo, ciò che diciamo e ciò che facciamo.

Ma arrivarci non è semplice.


IL LEGAME CON AHIMSA

Satya è profondamente legato ad Ahimsa, la non-violenza.

Perché la verità, se usata senza consapevolezza, può diventare una forma di violenza.

E qui nasce una domanda importante:

cosa fare quando dire la verità può ferire?

La tradizione yogica è chiara:

quando Satya e Ahimsa entrano in conflitto, prevale Ahimsa.

La non-violenza viene prima.

Questo non significa mentire.

Significa che la verità va detta con sensibilità.

Nel modo giusto.

Nel momento giusto.

Con il tono giusto.

A volte significa anche tacere.

Non per paura o evitamento, ma per rispetto.

Perché c’è una grande differenza tra dire la verità

e scaricare sugli altri i nostri giudizi mascherati da sincerità.

Quante volte diciamo

“io sono solo sincero”…

ma in realtà stiamo solo sfogando qualcosa?

Satya richiede discernimento.

Richiede di chiederci:

questa verità nasce dalla chiarezza…

o dalla reazione?

E quando la verità nasce dalla presenza e dal rispetto,

non ferisce.

Illumina.


LA BUGIA PIÙ GRANDE: QUELLA A NOI STESSI

Ma c’è una forma di menzogna ancora più insidiosa della bugia agli altri.

La menzogna che diciamo a noi stessi.

Quante volte ci raccontiamo storie?

Su chi siamo. Su cosa vogliamo. Su cosa sentiamo.

“Va tutto bene” quando in realtà stiamo male.

“Non mi interessa” quando invece ci interessa eccome.

“Sono soddisfatto così” quando dentro sappiamo che non è vero.

Ci convinciamo di cose che non sentiamo davvero.

Perché è più comodo. Perché fa meno paura.

Però quella menzogna interiore ha un prezzo.

Ci allontana da noi stessi. Ci fa vivere una vita che non è nostra.

E quella distanza si manifesta.

Come insoddisfazione. Come sensazione di non essere al posto giusto. Come la sensazione di non essere davvero vivi.

Satya ci chiede di guardare in faccia la verità. Anche quando scomoda.

Di chiederci: cosa sto evitando di vedere?

Quale verità sto nascondendo a me stesso?

Per me, me ne accorgo quando mi dico “Va tutto bene” mentre dentro sono agitata per una scelta importante.

E lì capisco che sto mentendo a me stessa prima ancora che agli altri.


ESSERE AUTENTICI IN UN MONDO DI APPARENZE

Viviamo in un mondo dove l’apparenza conta molto.

Sui social mostriamo la versione migliore di noi. O quella che pensiamo piacerà.

A lavoro, nelle relazioni, spesso indossiamo maschere.

Diciamo quello che ci si aspetta che diciamo. Ci comportiamo come ci si aspetta che ci comportiamo.

A volte è necessario. A volte è saggio adattarsi.

Ma quando diventa automatico?

Quando non sappiamo più chi siamo sotto tutte quelle maschere?

Satya ci invita a chiederci: sto vivendo la mia vita o quella che gli altri si aspettano?

Le mie scelte rispecchiano chi sono o quello che dovrei essere?

Non è un invito all’egoismo. Non è “faccio quello che voglio e gli altri si adattino”.

È un invito all’onestà con se stessi.

Perché quando viviamo in modo autentico, in accordo con ciò che siamo davvero, c’è una libertà profonda.

E quella libertà si irradia.

Diventa libertà anche per gli altri di essere se stessi.


COME PRATICARE SATYA

Satya, come tutti gli Yama, non è qualcosa che si decide una volta per tutte.

È una pratica. Un’osservazione continua.

Il primo passo è notare quando mentiamo. E soprattutto: perché.

Non per giudicarci. Ma per capire.

Cosa c’è dietro quella bugia? Paura del giudizio? Bisogno di approvazione? Evitamento?

Il secondo passo è l’onestà radicale con noi stessi.

Guardarci senza filtri. Senza giustificazioni.

Cosa voglio davvero? Cosa sento davvero? Chi sono davvero?

È difficile. Richiede coraggio.

Ma quando guardiamo quella verità in faccia, ci libera.

Il terzo passo è esprimere quella verità. Con gentilezza. Con rispetto.

Non sempre. Non subito. Ma quando è possibile e necessario.

Satya non è dire tutto a tutti sempre.

È vivere in coerenza con ciò che siamo. Essere fedeli a noi stessi.

E quando arriva il momento di parlare, la tradizione buddista ci offre un semplice ma potente strumento: le tre porte della parola.

Prima di esprimere un pensiero, chiediti:

È vera? Evita menzogne o distorsioni della realtà.

È necessaria? Non tutti i pensieri devono essere espressi; chiediti se ciò che dici porta un beneficio.

È gentile? Pronunciala con compassione, senza voler ferire.

Così le parole diventano uno strumento di chiarezza, connessione e rispetto.

Quando riusciamo a passare ciò che diciamo attraverso queste tre porte, la nostra comunicazione diventa un’estensione naturale di Satya.


CONCLUSIONE

Satya è una pratica. Non un traguardo.

È portare onestà, momento per momento.

Prima con noi stessi. Poi con gli altri.

È vivere in modo autentico. Anche quando fa paura.

Perché quella autenticità è l’unica cosa che ci rende davvero liberi.

Forse Satya inizia proprio lì:

quando smettiamo di raccontarci che “va tutto bene”

e iniziamo ad ascoltarci davvero.


Nella prossima puntata

Parleremo di Asteya.

E scopriremo che si può rubare anche senza prendere nulla.

Si può rubare tempo, energia, attenzione.

Si possono rubare meriti.

E a volte, senza accorgercene,

rubiamo a noi stessi possibilità, fiducia, spazio.


Grazie per aver ascoltato questa puntata di Yoga Oltre il Tappetino.

Se questo episodio ti ha lasciato qualcosa, una recensione o una condivisione sono un modo semplice per sostenere il podcast e permettergli di crescere.

Per domande, riflessioni o temi da esplorare insieme, scrivimi: trovi i miei contatti nella descrizione. Mi fa sempre piacere leggere i vostri messaggi.

Alla prossima puntata.


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