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Santosha: il secondo Niyama degli Yoga Sutra e la serenità nel momento presente

  • Immagine del redattore: Giada
    Giada
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min


Partendo da una semplice domanda — “Sei felice, adesso?” — riflettiamo sul modo in cui le nostre aspettative influenzano il benessere e su come gli insegnamenti dello yoga possano aiutarci a coltivare maggiore serenità nella vita quotidiana.


Una puntata dedicata a chi desidera portare la pratica dello yoga oltre il tappetino e scoprire come la contentezza possa diventare una risorsa concreta per vivere con più presenza, equilibrio e consapevolezza.


Durata: ~11minuti

Categoria: Filosofia, Pratica

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TRASCRIZIONE COMPLETA


Sei felice, adesso?

Non in generale.

Non pensando a domani o a quello che è successo la settimana scorsa.

Proprio adesso.


Molto spesso, quando ci facciamo questa domanda, emergono risposte simili.


  1. NO PERCHÉ

ho dei problemi. (economici, di coppia, di salute, sul lavoro…)


  1. LO SARÒ QUANDO

avrò finito di pagare il mutuo, avrò raggiunto quell’obiettivo o avrò risolto quel problema…


  1. “SI, MA CHISSÀ PER QUANTO.”


E in fondo queste risposte hanno qualcosa in comune.

L’idea che la nostra felicità dipenda sempre da qualcosa che accade fuori di noi.

Da una condizione.

Da un risultato.

Da una circostanza favorevole.


Santosha, secondo Niyama descritto da Patanjali negli Yoga Sutra, ci invita a esplorare una possibilità diversa.


E se la serenità non dipendesse soltanto da ciò che succede fuori?

E se fosse qualcosa che possiamo imparare a riconoscere anche nel presente, così com’è?



INTRODUZIONE


Benvenute e benvenuti a Yoga Oltre il Tappetino.


Io sono Giada Gabiati: non mi considero una guru e non propongo verità assolute.

Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire nuovi aspetti della pratica e di come integrarla nel quotidiano.


Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e piccoli strumenti che lo yoga ci offre per vivere meglio.

Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ascoltare e osservare un po’ più in profondità.


Nelle scorse puntate abbiamo iniziato a esplorare i Niyama, le osservanze personali della pratica yogica.


Abbiamo parlato di Saucha, la purezza.


Oggi ci soffermiamo sul secondo Niyama: Santosha, la contentezza.


COSA DICE PATANJALI


Nel capitolo 2, sutra 42, Patanjali dice semplicemente che dalla contentezza nasce una felicità profonda.


È un’affermazione molto essenziale.

Ma contiene un’intuizione importante:


la serenità non dipende necessariamente da ciò che otteniamo o da ciò che possediamo.

Nasce piuttosto dalla capacità di coltivare una forma di soddisfazione interiore.


Questo non significa smettere di desiderare o rinunciare alla crescita.


Significa qualcosa di più sottile:

imparare a non vivere costantemente nella sensazione che manchi sempre qualcosa.


Perché la mente tende naturalmente a fare proprio questo.


A proiettarsi avanti.

A immaginare un futuro in cui finalmente tutto sarà a posto.


E… spoiler: non sarà mai tutto a posto.


Ma quando viviamo sempre in quella proiezione, il presente diventa solo un luogo di passaggio.


La pratica di Santosha ci invita invece a riportare l’attenzione qui.


A riconoscere che anche questo momento — imperfetto, incompleto — può contenere una forma di pienezza.



LA MENTE E LA SENSAZIONE DI MANCANZA


Se osserviamo con sincerità la nostra mente, ci accorgiamo di quanto spesso funzioni così.


Appena raggiungiamo qualcosa, subito appare un nuovo obiettivo.


Un nuovo confronto.

Un nuovo desiderio.


È come se la felicità fosse sempre leggermente più avanti.


Sempre un passo oltre.


Non è necessariamente un problema avere desideri o progetti.

Il punto è un altro.


È la sensazione costante che la nostra vita sia incompleta finché qualcosa non cambierà.


Forse ci è capitato di pensare:

“Sarò più tranquillo quando avrò finito questo progetto.”

“Sarò più serena quando avrò più soldi.”

“Sarò felice quando il mio corpo sarà diverso.”


E magari, una volta raggiunto quell’obiettivo, la soddisfazione dura qualche giorno.


Qualche settimana.


Poi la mente sposta di nuovo l’orizzonte un po’ più avanti.


Forse ti è già successo.


Aspetti una vacanza per mesi.


La immagini, la organizzi, pensi che finalmente potrai rilassarti.


Poi arriva.


E magari per qualche giorno ti senti davvero più leggero, più presente.


Ma a un certo punto la mente ricomincia a muoversi.


Pensa al rientro.


Al prossimo viaggio.


Alla prossima cosa da ottenere.


Non perché ci sia qualcosa di sbagliato.

Ma perché la mente tende naturalmente a cercare sempre qualcosa oltre il momento presente.


PIACERE E FELICITÀ


Forse a questo punto può essere utile fare una distinzione.


Spesso confondiamo il piacere con la felicità.


Il piacere dipende da qualcosa.


Da una buona notizia.


Da un acquisto.


Da un viaggio che aspettavamo da tempo.


Da un’esperienza piacevole.


E non c’è nulla di sbagliato in questo.


La felicità di cui parla Santosha è diversa.


È quella sensazione che ogni tanto compare quando, anche solo per un momento, smettiamo di sentire che manca qualcosa.


Forse è per questo che quando raggiungiamo un obiettivo ci sentiamo bene.


Non necessariamente perché quell’obiettivo contenga la felicità.

Ma perché per qualche istante la mente smette di rincorrere altro.


Si rilassa.


La sensazione di mancanza si attenua.

E affiora una forma di pienezza.


Poi spesso quel meccanismo riparte.


Compare un nuovo desiderio.


Un nuovo traguardo.


Una nuova condizione che pensiamo ci renderà finalmente completi.


La pratica di Santosha ci invita a osservare proprio questo movimento della mente.


UN’IDEA ANTICA DELLO YOGA


L’idea che la serenità non dipenda necessariamente da ciò che otteniamo, ma dal modo in cui ci relazioniamo al presente, non compare solo negli Yoga Sutra.


È presente anche in testi molto più antichi della tradizione indiana, come le Upanishad.


Le Upanishad sono antichi testi filosofici che esplorano la natura della realtà, della coscienza e dell’essere umano.


In uno dei passaggi più noti si afferma un’idea sorprendente:


la realtà, nella sua essenza, è già completa.


Non mancante.


Completa.


Questo non significa che nella vita non esistano problemi, difficoltà o sofferenza.


Significa piuttosto che la nostra esperienza non è fatta soltanto di ciò che manca.


E questa prospettiva cambia molto il modo in cui guardiamo la vita.


Perché se continuiamo a concentrarci esclusivamente su ciò che non abbiamo ancora, rischiamo di non vedere ciò che è già presente.


Santosha nasce proprio da questo cambio di prospettiva.


Non è cercare di convincersi che tutto vada bene.

È riconoscere che anche nella semplicità del presente può esserci appagamento.


COME INTEGRARE SANTOSHA


ci tengo a sottolineare che Integrare Santosha nella propria vita non significa diventare passivi o smettere di agire.


Significa piuttosto cambiare il punto di partenza.


Invece di agire da una sensazione di mancanza, imparare ad agire da una base di sufficienza.


Notare ciò che già funziona.


Apprezzare ciò che è già presente.

Non come esercizio forzato di positività, ma come allenamento dello sguardo.


Molto spesso ciò che abbiamo diventa invisibile proprio perché è sempre stato lì.

Lo diamo per scontato.


Il respiro.


Le persone che ci stanno accanto.


Le piccole cose che rendono possibile la nostra giornata.


Santosha ci invita a rallentare abbastanza da riconoscerle.


Non per bloccare il movimento della vita.


Ma per non perdere la capacità di sentire pienezza mentre continuiamo a muoverci.


CONCLUSIONE


Santosha è il secondo Niyama.


Non significa rassegnarsi.

Non significa smettere di crescere.


È qualcosa di più sottile.


È imparare a non rimandare continuamente la felicità a un momento futuro.


È riconoscere che anche il presente — così com’è — può contenere serenità.


Non perché sia perfetto.


Ma perché smettiamo, almeno per un momento, di guardarlo solo attraverso ciò che manca.


Prima di salutarci, ti lascio una piccola osservazione da portare con te questa settimana.


Prova a notare quante volte la tua mente ti racconta che sarai finalmente sereno quando qualcosa cambierà.


Quando avrai più tempo.


Quando avrai finito quel lavoro.


Quando avrai raggiunto un certo obiettivo.


Non serve cambiare nulla.


Non serve nemmeno smettere di desiderare.


Prova semplicemente ad accorgertene.


Perché la pratica di Santosha inizia proprio lì:

nel momento in cui riconosciamo quanto spesso rimandiamo la felicità a un futuro che non è ancora arrivato.


Nella prossima puntata parleremo di Tapas, il terzo Niyama: la disciplina e l’energia della trasformazione.


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E se conosci qualcuno a cui potrebbe interessare, condividilo.


Se hai domande, riflessioni o temi da esplorare insieme, scrivimi: trovi i miei contatti nella descrizione.


Alla prossima puntata.

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