Pratyāhāra: quando i sensi smettono di portarci via

Pratyāhāra è il quinto degli otto anga dello yoga descritti da Patañjali negli Yoga Sutra. Viene spesso tradotto come “ritiro dei sensi”, un’espressione che può far pensare alla necessità di isolarsi dal mondo o di smettere di percepire ciò che ci circonda.
Ma è davvero questo il punto?
In questa puntata di Yoga oltre il tappetino partiamo dai due sutra che Patañjali dedica a pratyāhāra per esplorare il rapporto tra sensi, mente e attenzione. E per chiederci che cosa possa significare, anche nella nostra vita quotidiana, sentire, vedere e percepire senza essere continuamente trascinati da ciò che reclama la nostra attenzione.
Un passaggio importante nel percorso degli otto anga, proprio sulla soglia tra il lavoro sul corpo e sul respiro e quello che ci porterà verso concentrazione e meditazione.
Durata: ~12 min
Categoria: Filosofia, Pratica
Ascolta anche su: Spotify | Apple Podcasts
TRASCIZIONE COMPLETA EPISODIO
Prova per un momento a non prestare attenzione ai suoni che hai intorno.
Probabilmente succederà una cosa curiosa.
Nel momento stesso in cui cerchi di non ascoltarli, cominci a sentirli ancora di più.
Un rumore lontano.
Una voce
Qualcosa che si muove.
Non possiamo decidere di smettere di sentire.
E forse non è nemmeno questo che dovremmo cercare di fare.
Perché quando Patañjali parla di pratyāhāra, il quinto degli otto anga dello yoga, usa parole che vengono spesso tradotte con “ritiro dei sensi”.
Ma ritirare i sensi significa davvero sottrarsi a ciò che vediamo, ascoltiamo, tocchiamo?
Significa chiudere fuori il mondoO forse significa imparare a stare nel mondo senza essere continuamente portati via da ciò che percepiamo?
È quello che cerchiamo di capire oggi.
INTRO
Benvenuta/Benvenuto a Yoga oltre il tappetino.
Io sono Giada.
Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire ogni giorno nuovi aspetti di questa pratica e di come possa accompagnarci nel quotidiano.
Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e strumenti che lo yoga ci offre per vivere meglio.
Non certo come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ad ascoltare e a guardare un po’ più in profondità.
Nelle ultime puntate stiamo attraversando gli otto anga descritti da Patañjali negli Yoga Sutra.
Dopo yama e niyama siamo arrivati ad āsana, poi al prāṇāyāma.
E subito dopo il lavoro sul respiro compare pratyāhāra.
È l’ultimo degli anga che Patañjali descrive nel secondo capitolo degli Yoga Sutra.
Dal capitolo successivo inizierà invece a parlare di dhāraṇā, dhyāna e samādhi: concentrazione, meditazione e assorbimento.
Pratyāhāra si trova quindi in una posizione particolare.
Quasi su una soglia.
Da una parte ci sono il corpo, il respiro, il nostro rapporto con ciò che ci circonda.
Dall’altra comincia un lavoro sempre più direttamente rivolto alla mente.
E forse questa posizione ci aiuta già a capire qualcosa della sua funzione.
CHE COSA DICE PATAÑJALI SU PRATYAHARA
Patañjali dedica a pratyāhāra soltanto due sutra.
Il primo è il II.54.
In una possibile traduzione
“Quando i sensi non entrano in contatto con i propri oggetti e sembrano seguire la natura della mente, questo è pratyāhāra.”
La frase può sembrare piuttosto astratta.
Ma proviamo a guardarla da vicino.
Normalmente i sensi si muovono verso i loro oggetti.
L’occhio verso ciò che può essere visto.
L’orecchio verso ciò che può essere ascoltato.
Il gusto verso ciò che può essere gustato.
E così via.
Non c’è nulla di sbagliato in questo.
È semplicemente il modo in cui entriamo in relazione con il mondo.
Ma molto spesso questo movimento avviene automaticamente.
Qualcosa appare e noi guardiamo.
Qualcosa suona e la nostra attenzione va lì.
Qualcosa ci piace e vogliamo continuare a sentirlo.
Qualcosa ci disturba e vogliamo allontanarlo.
I sensi non si limitano a raccogliere informazioni.
Possono continuamente orientare la nostra attenzione.
E noi li seguiamo.
Pratyāhāra sembra introdurre una possibilità diversa.
Non necessariamente quella di far scomparire il mondo.
I suoni continuano ad esserci.
Le sensazioni continuano ad esserci.
Ciò che cambia è il rapporto tra la mente e quello che arriva attraverso i sensi.
Ed è qui che il secondo sutra diventa importante.
Il II.55 dice, in una possibile traduzione:
“Da ciò deriva la suprema padronanza dei sensi.”
Sono pochissime parole.
Ma chiariscono qualcosa.
Patañjali non sta semplicemente descrivendo una condizione in cui percepiamo meno.
Sta parlando di una diversa relazione con l’attività dei sensi.
La parola “padronanza”, però, può trarci in inganno.
Può far pensare a un controllo rigido, quasi a una lotta contro ciò che sentiamo.
E non credo che questa immagine ci aiuti molto.
I sensi sono ciò attraverso cui entriamo in relazione con il mondo.
Vediamo.
Ascoltiamo.
Tocchiamo.
Assaporiamo.
Pratyāhāra non richiede necessariamente di diventare insensibili a tutto questo.
Potremmo forse pensare a quella padronanza come alla possibilità di non essere costretti a seguire ogni movimento dei sensi.
Posso vedere qualcosa senza che debba necessariamente catturare tutta la mia attenzione.
Posso sentire un suono senza doverlo seguire.
Posso percepire qualcosa di piacevole senza dover immediatamente cercare di trattenerlo.
E qualcosa di spiacevole senza reagire subito cercando di respingerlo.
Non è assenza di percezione.
È una relazione meno automatica con ciò che percepiamo.
DAL TESTO ALL’ESPERIENZA
Fin qui, però, stiamo cercando di capire ciò che Patañjali dice nei due sutra dedicati a pratyāhāra.
Ora possiamo fare un passo diverso.
Possiamo chiederci che cosa significhi tutto questo nella nostra esperienza.
Perché “ritiro dei sensi” può suonare come qualcosa di molto lontano dalla vita quotidiana.
Quasi una pratica ascetica.
Chiudo gli occhi.
Cerco il silenzio.
Elimino gli stimoli.
E certamente ridurre gli stimoli può essere utile.
Ma c’è una domanda che trovo più interessante:
che cosa succede quando gli stimoli rimangono e io non sono obbligata a seguirli?
PRATYAHARA SUL TAPPETINO
Durante una pratica possiamo accorgercene molto facilmente.
Siamo in una posizione.
Qualcuno sposta un tappetino.
Si apre una porta.
Passa una macchina fuori dalla sala.
E immediatamente una parte della nostra attenzione va lì.
Oppure guardiamo la persona accanto.
Quanto è profonda nella posizione?
Dove mette il piede?
Sta facendo qualcosa di diverso da noi?
Il corpo è sul tappetino.
Ma l’attenzione continua a muoversi verso ciò che accade intorno.
E allora possiamo fare un’esperienza molto semplice.
Non cercare di non sentire.
Ma accorgerci del momento in cui qualcosa ci porta via.
C’è un rumore.
Lo sento.
E rimango.
C’è una sensazione.
La sento.
E non ho bisogno di trasformarla immediatamente in un giudizio.
Piacevole.
Spiacevole.
Giusta.
Sbagliata.
Il mondo continua ad arrivare attraverso i sensi.
Ma non dobbiamo necessariamente inseguire tutto ciò che arriva.
PRATYAHARA NELLA VITA
Ed è qui che, almeno per me, pratyāhāra diventa sorprendentemente contemporaneo.
Non perché Patañjali stesse parlando del mondo in cui viviamo noi.
Ma perché oggi viviamo immersi in qualcosa che rende particolarmente evidente il problema dell’attenzione.
Notifiche.
Messaggi.
Video.
Immagini.
Titoli.
Suoni.
Gran parte di ciò che utilizziamo ogni giorno è progettato per ottenere una cosa molto preziosa:
la nostra attenzione.
Pensiamo a un gesto semplicissimo.
Prendiamo il telefono per controllare un messaggio.
Vediamo una notifica.
La apriamo.
Da lì passiamo a qualcos’altro.
Poi a qualcos’altro ancora.
E dieci minuti dopo magari non ricordiamo nemmeno perché avevamo preso il telefono.
È interessante perché, in quel momento, non abbiamo veramente deciso dove portare l’attenzione.
L’attenzione è stata portata.
E allora possiamo usare pratyāhāra non come una risposta già pronta, ma come una domanda.
Quanto siamo liberi di non seguire ciò che reclama la nostra attenzione?
PERCHÉ PRATYĀHĀRA VIENE PRIMA DI DHĀRAṆĀ
A questo punto diventa forse più comprensibile anche la posizione di pratyāhāra nel percorso degli otto anga.
Subito dopo, Patañjali parlerà di dhāraṇā.
Della capacità di mantenere la mente orientata verso un punto.
Ma come possiamo scegliere dove stare con la mente se ogni stimolo può continuamente trascinarla altrove?
Prima di parlare di concentrazione, dobbiamo forse scoprire una possibilità più elementare:
non siamo obbligati a seguire tutto.
Un rumore può esserci senza diventare il centro della nostra esperienza.
Una sensazione può comparire senza richiedere immediatamente una reazione.
Qualcosa può attirare il nostro sguardo senza che dobbiamo necessariamente seguirlo.
Pratyāhāra sembra creare questo piccolo spazio.
Tra ciò che arriva e il movimento automatico verso ciò che arriva.
E forse è proprio dentro quello spazio che comincia a diventare possibile scegliere.
UNA PICCOLA ESPERIENZA
Possiamo provare qualcosa di molto semplice.
Anche adesso.
Per qualche istante, ascolta i suoni intorno a te.
Non cercare il silenzio.
Lascia che i suoni ci siano.
Vicini.
Lontani.
Continui.
Improvvisi.
Non devi identificarli.
Non devi decidere se ti piacciono.
Non devi seguirli.
Lasciali semplicemente apparire e scomparire.
E nota se è possibile sentire senza andare verso ciò che senti.
Il suono c’è.
Tu sei ancora qui.
Forse possiamo cominciare a intuire pratyāhāra proprio da qualcosa di così piccolo.
Non chiudere il mondo fuori.
Ma scoprire che non dobbiamo necessariamente essere trascinati da tutto ciò che il mondo ci presenta.
CHIUSURA
“Ritiro dei sensi” può far pensare a qualcosa di lontano.
A un progressivo allontanamento dal mondo.
Ma leggendo questi due sutra, a me interessa soprattutto un’altra possibilità.
Non smettere di percepire.
Non smettere di guardare.
Non smettere di ascoltare.
Ma osservare quanto facilmente ciò che percepiamo decide dove andrà la nostra attenzione.
E forse cominciare a scoprire che tra uno stimolo e la nostra risposta esiste uno spazio.
Piccolo, a volte quasi impercettibile.
Ma sufficiente perché non tutto debba essere seguito.
E a quel punto si apre la domanda successiva.
Se non devo più seguire continuamente tutto ciò che richiama la mia attenzione…
posso scegliere dove portarla?
È proprio qui che Patañjali introduce il passo successivo: dhāraṇā.
Ed è da lì che continueremo nella prossima puntata.
Se quello che racconto qui risuona con il tuo modo di intendere lo yoga e ti piacerebbe portarlo anche nella pratica, puoi praticare con me, in presenza oppure online. Trovi i miei contatti sul sito giadagabiati.com.
E se questo podcast ti piace, puoi sostenerlo seguendolo sulla tua piattaforma preferita, lasciando una recensione o condividendolo con qualcuno a cui pensi possa interessare.
Ci sentiamo nella prossima puntata.
Ciao!





Commenti