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Pranayama: il respiro secondo Patanjali

  • Immagine del redattore: Giada
    Giada
  • 10 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Che cosa intende davvero Patañjali quando parla di prāṇāyāma? Negli Yoga Sūtra il respiro compare in un momento preciso del percorso degli otto aṅga, subito dopo āsana. In questa puntata torniamo al testo per capire che cosa dice — e anche che cosa non dice — sul prāṇāyāma.



Durata: ~13 min

Categoria: Filosofia, Pratica

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Respirare è la cosa più naturale che facciamo.


Lo facciamo dal primo istante della nostra vita e continuiamo a farlo senza pensarci. Migliaia di volte al giorno.


Eppure basta una preoccupazione, una discussione, una paura improvvisa… e il respiro cambia.


Si fa corto, si blocca, accelera.


È come se raccontasse ciò che stiamo vivendo ancora prima che ce ne rendiamo conto.


Per questo, nello yoga, il respiro non è mai stato considerato soltanto una funzione del corpo.


È una porta.


Una porta tra il corpo e la mente.


E forse proprio per questo Patañjali, nel suo percorso attraverso gli otto anga dello yoga, arriva al prāṇāyāma subito dopo gli āsana.


Ma che cosa intende davvero quando ne parla?


E soprattutto: quanto di quello che oggi chiamiamo prāṇāyāma corrisponde a ciò che troviamo negli Yoga Sutra?


È quello che cerchiamo di capire oggi.


INTRO


Benvenuti a Yoga Oltre il Tappetino.


Io sono Giada.


Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire ogni giorno nuovi aspetti di questa pratica e di come possa accompagnarci nel quotidiano.


Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e strumenti che lo yoga ci offre per vivere con maggiore presenza e consapevolezza.


Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ad ascoltare e a guardare un po’ più in profondità.


Se hai ascoltato la puntata precedente, ricorderai che ci siamo fermati sugli āsana.


Abbiamo visto come Patañjali dedichi a questo tema soltanto tre brevi sutra e come, nel suo testo, l’āsana non venga presentato come una collezione di posizioni da eseguire, ma come la ricerca di una condizione di stabilità e agio.


E avevamo visto anche una cosa che secondo me è importante ricordare:


gli Yoga Sutra non sono un manuale di yoga posturale.


Patañjali non sta cercando di insegnarci una sequenza di esercizi.


Sta descrivendo un percorso.


E dopo gli āsana, questo percorso prosegue con il prāṇāyāma.


Il quarto degli otto anga dello yoga.


E qui incontriamo un’altra parola che oggi utilizziamo moltissimo, ma che forse diamo per scontata.


CHE COS’È IL PRANAYAMA SECONDO PATANJALI?


Quando diciamo pranayama, oggi pensiamo immediatamente a tecniche di respirazione.


Inspirare in un certo modo.


Espirare in un certo modo.


Trattenere il respiro.


Contare.


Alternare le narici.


Modificare il ritmo.


Tutto questo appartiene alla storia del prāṇāyāma.


Ma è importante fare subito una precisazione.


Gran parte dell’elaborazione delle tecniche respiratorie che oggi associamo al prāṇāyāma appartiene a sviluppi successivi della tradizione yoga, e in particolare alle tradizioni dell’Haṭha Yoga.


Negli Yoga Sutra non troviamo un catalogo di tecniche respiratorie.


E c’è anche un’altra precisazione importante.


Tradurre prāṇāyāma semplicemente come “controllo del respiro” è utile, ma non esaurisce completamente il significato della parola.


Prāṇa, nella tradizione indiana, non coincide semplicemente con l’aria che entra ed esce dai polmoni.


È un concetto più ampio, legato alla vitalità e ai processi che sostengono la vita.


Questo non significa che dobbiamo necessariamente tradurlo con una misteriosa “energia vitale”, né tantomeno identificare il prāṇa con l’ossigeno.


Significa semplicemente riconoscere che stiamo entrando in un sistema di pensiero diverso dal nostro e che sovrapporre troppo velocemente categorie antiche e categorie scientifiche moderne rischia di farci perdere qualcosa di entrambe.


Detto questo, Patañjali parla del prāṇāyāma attraverso il respiro.


Nel secondo capitolo, al sutra 49, scrive:


“Una volta stabilita l’āsana, segue il prāṇāyāma, che consiste nella regolazione del movimento dell’inspirazione e dell’espirazione.”


È una frase breve.


Ma contiene già qualcosa di interessante.


Patañjali colloca chiaramente il prāṇāyāma dopo l’āsana.


Il corpo è stato portato verso una condizione di stabilità e, da lì, l’attenzione può spostarsi verso qualcosa di più sottile.


Dal corpo al respiro.


E dal respiro, come vedremo, verso la mente.


UN ORDINE CHE OGGI NON È SCONTATO


Oggi il prāṇāyāma viene spesso praticato come una tecnica quasi autonoma, collocata prima o dopo gli āsana, con un momento dedicato esclusivamente alla respirazione.


E naturalmente non c’è nulla di sbagliato nel praticarlo in questo modo.


Ma è interessante confrontare questa abitudine contemporanea con la struttura proposta da Patañjali.


Nel suo percorso il prāṇāyāma è il quarto passo.


Arriva dopo yama, niyama e āsana.


E soprattutto non è il punto di arrivo.


Dopo il prāṇāyāma arriveranno pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna e samādhi.


Quindi la domanda diventa:


perché il respiro è collocato proprio qui?


E soprattutto: che cosa dovrebbe produrre questo lavoro sul respiro?


IL RESPIRO COME OGGETTO DI OSSERVAZIONE


Nel sutra 50 Patañjali parla di inspirazione, espirazione e sospensione del respiro.


E introduce alcuni elementi attraverso cui il prāṇāyāma può essere regolato: luogo, tempo e numero.


Questo ci mostra che non stiamo semplicemente parlando di “fare un respiro profondo”.


C’è attenzione.


C’è misura.


C’è osservazione.


Il respiro diventa qualcosa che possiamo conoscere attraverso l’esperienza: possiamo percepirne la durata, le pause, il ritmo, la continuità.


Ed è qui che emerge una caratteristica straordinaria del respiro.


Il respiro avviene senza che dobbiamo pensarci.


Ma possiamo anche portarlo volontariamente sotto la nostra attenzione e modificarlo.


È qualcosa che accade e, nello stesso tempo, qualcosa che possiamo osservare.


Ed è proprio questa posizione particolare a renderlo un punto di incontro tra corpo e mente.


IL “QUARTO” PRĀṆĀYĀMA


Poi arriva il sutra 51.


Ed è forse uno dei passaggi più enigmatici.


Patañjali parla di un “quarto” prāṇāyāma, distinto da quelli legati all’inspirazione, all’espirazione e alla sospensione.


Che cosa indichi esattamente questo “quarto” non è affatto semplice da stabilire.


Il testo è estremamente sintetico e nel corso della tradizione è stato interpretato in modi diversi.


Per questo credo sia meglio non cercare di far dire al sutra più di quanto possiamo realmente ricavarne.


Ma una cosa è interessante.


Patañjali sembra introdurre una dimensione del prāṇāyāma che va oltre la semplice regolazione volontaria di inspirazione, espirazione e sospensione.


E subito dopo smette di descrivere ciò che accade al respiro.


Comincia a dirci che cosa accade alla mente.


Ed è forse proprio qui che possiamo capire quale sia il punto.


CHE COSA SUCCEDE ALLA MENTE?


Nel sutra 52 Patañjali dice che, attraverso il prāṇāyāma, viene dissolto ciò che vela la luce interiore.


È un’immagine molto diversa da quella che spesso associamo oggi al prāṇāyāma.


Non parla di sentirsi più energici.


Non parla di raggiungere una sensazione particolare.


Non parla di avere un’esperienza spettacolare.


Parla di ciò che viene rimosso, o attenuato, perché qualcosa possa essere visto più chiaramente.


E nel sutra successivo arriva una conseguenza ancora più concreta:


la mente diventa adatta alla concentrazione.


Questo, secondo me, è il punto chiave.


Se leggiamo i sutra 49-53 come un unico passaggio, il prāṇāyāma non appare come una pratica fine a se stessa.


È un passaggio che prepara la mente a ciò che viene dopo.


Il respiro non è il fine.


È uno strumento del percorso.


E LE SENSAZIONI CHE PROVIAMO?


A questo punto possiamo fare un passo nel presente.


Perché oggi alcune pratiche respiratorie vengono proposte proprio per produrre esperienze intense.


Formicolii.


Leggerezza.


Vertigini.


Stordimento.


Alterazioni della percezione.


E a volte queste esperienze vengono interpretate come segni di un’esperienza spirituale particolarmente profonda.


Ma qui credo sia utile mantenere uno sguardo critico.


Quando modifichiamo intenzionalmente la respirazione, modifichiamo anche la fisiologia.


Un’iperventilazione, per esempio, può ridurre rapidamente la CO₂ nel sangue e provocare formicolii, vertigini, sensazioni di leggerezza o stordimento.


Le ritenzioni del respiro possono, a seconda della modalità e della durata, modificare anche la disponibilità di ossigeno.


Queste sensazioni sono reali.


Ma il fatto che siano intense non ci dice automaticamente quale sia il loro significato.


E qui, personalmente, trovo che conoscenza scientifica e pratica dello yoga possano dialogare molto bene.


Io, del resto, nasco come biologa e ho una formazione scientifica.


Per me sarebbe superficiale ignorare quello che oggi sappiamo sulla fisiologia della respirazione e sul funzionamento del sistema nervoso.


Conoscere questi meccanismi non significa ridurre lo yoga alla fisiologia.


Significa avere uno strumento in più per comprendere ciò che stiamo facendo.


Possiamo riconoscere che una determinata tecnica produce un certo effetto fisiologico e, contemporaneamente, chiederci che cosa quell’esperienza significhi all’interno del percorso dello yoga.


Le due letture non devono necessariamente combattersi.


Possono stare insieme.


NON È L’ESPERIENZA STRAORDINARIA IL PUNTO


E proprio tornando a Patañjali, questo diventa ancora più interessante.


Nei sutra sul prāṇāyāma non troviamo una ricerca dell’esperienza straordinaria.


Il criterio che ci offre è un altro.


La mente diventa più adatta alla concentrazione.


E allora possiamo ribaltare la domanda.


Invece di chiederci:


“Che cosa sento quando faccio questa tecnica?”


possiamo chiederci:


“Che cosa succede alla mia capacità di stare?”


Sono più presente?


Sono più stabile?


Riesco a osservare senza reagire immediatamente?


La mente è un po’ meno dispersa?


Questo non significa che le sensazioni corporee non abbiano valore.


Significa semplicemente che non sono necessariamente il criterio con cui valutare la profondità della pratica.


DAL TAPPETINO ALLA VITA


All’inizio dicevamo che il respiro racconta ciò che stiamo vivendo, a volte ancora prima che ce ne rendiamo conto.


Forse ora possiamo tornare proprio lì.


Perché imparare a osservare il respiro può diventare una forma di consapevolezza che va ben oltre il momento in cui pratichiamo.


Posso accorgermi che durante una discussione sto trattenendo il respiro.


Che davanti a qualcosa che mi spaventa è diventato corto.


Che sotto pressione accelera.


E in quel momento non sto necessariamente “facendo prāṇāyāma” nel senso tecnico del termine.


Ma sto portando nella vita quotidiana qualcosa che la pratica mi ha insegnato:


la capacità di accorgermi.


E forse questo è uno dei passaggi più interessanti.


Non trasformare la vita in una continua pratica respiratoria.


Ma fare in modo che la pratica cambi il modo in cui attraversiamo la vita.


CONCLUSIONE


Se guardiamo al prāṇāyāma attraverso i sutra di Patañjali, forse possiamo smettere di considerarlo semplicemente come un insieme di tecniche per respirare meglio.


È un passaggio del percorso.


Parte dal corpo stabile.


Passa attraverso il respiro.


E conduce verso una mente più preparata alla concentrazione.


Ed è questo, forse, che cambia il modo in cui possiamo guardare anche alla nostra pratica contemporanea.


Non necessariamente chiedendoci quanto sia complessa la tecnica che stiamo eseguendo.


Non quanto sia intensa l’esperienza che produce.


Ma che cosa sta accadendo alla nostra capacità di essere presenti.


Perché forse il prāṇāyāma non ci insegna semplicemente a respirare in un certo modo.


Ci insegna a guardare.


A sentire.


A riconoscere.


E, progressivamente, a rendere la mente più capace di stare dove si trova.


Non solo sul tappetino.


Ma nella vita.



E con questa riflessione ti lascio.


Se questa puntata ti è piaciuta, puoi seguire Yoga Oltre il Tappetino per non perdere i prossimi episodi.


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Se hai domande o ci sono temi che vorresti approfondire, puoi scrivermi: trovi tutti i riferimenti nella descrizione dell’episodio.


Grazie per aver ascoltato.


Alla prossima puntata.

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