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Meditazione come fuga dal dolore: un equivoco che ci riguarda tutti

  • Immagine del redattore: Giada
    Giada
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 2 giorni fa

Donna con testa chinata in bianco e nero, raccoglimento interiore

Mi sono avvicinata allo yoga e alla meditazione parecchi anni fa, in un momento di dolore.

Non entrerò nei dettagli, e non è necessario. Quello che conta è che ci sono arrivata con una speranza precisa, anche se allora non avrei saputo nominarla così: che la pratica mi aiutasse a stare meglio. A sentire meno.

È un punto di partenza onestissimo. Ed è anche, secondo il prof. Mauro Bergonzi — filosofo, studioso di Advaita Vedānta e voce tra le più lucide nel panorama dello yoga contemporaneo italiano — uno degli equivoci più diffusi intorno alla meditazione.


La meditazione come strategia di protezione dal dolore


Bergonzi pone una domanda scomoda: perché meditiamo?

La risposta più comune, anche quando non la diciamo ad alta voce, è questa: per stare meglio. Per ridurre l’ansia, allontanare i pensieri negativi, trovare un po’ di pace in mezzo al rumore. La meditazione come strumento. Come rimedio. Come valvola di sfogo.


Ma c’è qualcosa di paradossale in questo approccio. Se medito per proteggermi dal dolore, sto portando sul cuscino la stessa logica che governa il resto della mia vita: evita ciò che fa male, cerca ciò che fa sentire bene. La pratica diventa un’altra forma di fuga. Più raffinata, forse più silenziosa. Ma fuga.

Non è un dettaglio marginale. È esattamente il meccanismo da cui, in teoria, la meditazione dovrebbe aiutarci a uscire. La usiamo per fare con più eleganza quello che facciamo già: scappare dall’esperienza difficile.


Bergonzi tutto questo non lo dice per scoraggiare chi si avvicina alla meditazione cercando sollievo. Lo dice perché fermarsi lì — usare la pratica solo come strategia di gestione del disagio — significa perdere qualcosa di essenziale. Qualcosa che la tradizione chiama, con termini diversi a seconda del contesto, liberazione, realizzazione, o più semplicemente: vedere le cose come sono.


La via del ghiaccio e la via del fuoco


Per spiegare questa dinamica, Bergonzi usa due immagini che trovo straordinariamente precise.


La via del ghiaccio è la via del testimone: mi distacco dall’esperienza, la osservo dall’esterno, cerco di non essere travolta da ciò che sento. C’è una certa utilità in questo approccio, soprattutto nelle fasi iniziali. Imparare a fare un passo indietro rispetto ai propri stati mentali — non essere completamente identificata con il pensiero ansioso, con la frustrazione, con il dolore — è già un risultato significativo. Il problema è quando ci si ferma lì. Il testimone guarda, mantiene la distanza, ma non è mai davvero presente. L’esperienza non travolge, ma non raggiunge nemmeno.


La via del fuoco è l’opposto. Non cerco di separarmi da ciò che sento, ma mi avvicino. Permetto che l’esperienza mi attraversi. Il dolore, la gioia, la noia, l’impazienza — non sono ostacoli alla meditazione. Sono la meditazione. Il materiale su cui lavorare non è nonostante loro, ma attraverso loro.


Quello che riconosco nella mia esperienza


Insegno meditazione, oltre che yoga. E queste due immagini — il ghiaccio e il fuoco — descrivono qualcosa che osservo con grande regolarità, sia nella mia pratica personale che nel lavoro con gli allievi.


Chi si siede per meditare cercando sollievo, spesso sviluppa inconsapevolmente una tecnica di distanza. Il respiro diventa un modo per abbassare il volume dell’esperienza, non per entrarci dentro. La concentrazione serve a non pensare, non a vedere più chiaramente. Funziona, in un certo senso — la seduta finisce, ci si sente meglio. Ma qualcosa rimane chiuso.


La via del fuoco richiede qualcosa di diverso: avvicinarsi a ciò che c’è, anche quando è scomodo. Non per principio, non per sopportazione — ma per genuina curiosità verso l’esperienza così com’è. Cosa sento esattamente? Dove lo sento? Come cambia mentre lo osservo? Questo tipo di attenzione non ammorbidisce il disagio dall’esterno. Lo trasforma dall’interno.


Con il tempo ho imparato a riconoscere questa stessa dinamica anche nel lavoro con il corpo, durante la pratica degli asana. Non è raro vedere un allievo che in una postura difficile trattiene il respiro, stringe i denti, aspetta che finisca — come se l’obiettivo fosse attraversare il momento scomodo il più in fretta possibile. È la via del ghiaccio applicata al corpo: distanza, resistenza, attesa. Quando invece si riesce a portare la stessa qualità di attenzione curiosa — respirare verso la sensazione invece di allontanarla — qualcosa cambia. Non necessariamente la postura. L’esperienza della postura.


C’è un paradosso interessante in tutto questo: spesso le persone che praticano la via del fuoco riferiscono di stare meglio. Non perché la meditazione — o la pratica — abbia eliminato il dolore, ma perché il loro rapporto con il dolore è cambiato. Il problema non è la sofferenza in sé. È la resistenza alla sofferenza. Ed è sulla resistenza che la pratica può lavorare, se gliene diamo la possibilità.


Il paradosso del miglioramento


C’è un ulteriore livello in questo ragionamento che Bergonzi sviluppa e che mi ha colpita profondamente. L’orientamento al miglioramento — stare meglio, essere più calma, gestire meglio lo stress — non è neutro. È un’intenzione che struttura l’esperienza in un modo preciso: c’è un io che sta migliorando, e c’è un punto di arrivo verso cui si sta andando.


Nella prospettiva delle tradizioni contemplative che Bergonzi conosce e insegna, c’è però qualcosa di fondamentalmente diverso in gioco. Non si tratta di migliorare l’io. Si tratta di vedere attraverso l’io — di riconoscere che quella sensazione costante di essere un soggetto separato, che deve proteggersi, che deve migliorarsi, che deve arrivare da qualche parte, è essa stessa parte dell’equivoco.


La meditazione, in questa luce, non è uno strumento per rendere l’io più efficiente o più sereno. È un’occasione per interrogare la natura stessa di quell’io. È una domanda, non una risposta. E come tutte le domande autentiche, non porta dove ci si aspettava di arrivare.


L’equivoco che ci riguarda tutti


Torno al punto di partenza. Mi sono avvicinata allo yoga e alla meditazione parecchi anni fa, in un momento di dolore, con la speranza che mi aiutassero a stare meglio. E in un certo senso è andata così, ma non nel modo in cui me lo aspettavo.


Il dolore non è sparito. Il mio rapporto con il dolore è cambiato. E questo, col tempo, si è rivelato molto più interessante.


Non lo dico per togliere speranza a chi arriva alla pratica cercando sollievo. Lo dico perché credo che quella speranza meriti di essere presa sul serio — abbastanza da non fermarsi alla superficie. Il sollievo che la meditazione può dare è reale. Ma sotto c’è qualcosa di più radicale disponibile, se si è disposti ad avvicinarsi invece di fuggire.


Bergonzi chiama questo avvicinarsi “la via del fuoco”. Io, più semplicemente, lo chiamo imparare a stare. Non a sopportare — a stare. Con curiosità, non con coraggio. Con interesse per ciò che c’è, invece che con ansia di arrivare dove non fa male.


È un lavoro lungo. E ancora oggi, certi giorni, mi ritrovo a praticare la via del ghiaccio senza accorgermene. Ma almeno ora so riconoscerla.



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