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Ishvarapranidhana: il significato dell’affidamento negli Yoga Sutra

  • Immagine del redattore: Giada
    Giada
  • 19 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Ishvarapranidhana è l'ultimo dei cinque Niyama descritti da Patanjali negli Yoga Sutra.


Spesso tradotto come "affidamento", "abbandono al Divino" o "dedizione a Dio", è un concetto che può essere difficile da comprendere, soprattutto perché la figura di Ishvara negli Yoga Sutra non coincide necessariamente con l'idea comune di Dio.


In questo episodio di Yoga Oltre il Tappetino esploriamo il significato di Ishvarapranidhana, il suo legame con Tapas e Svadhyaya all'interno del Kriya Yoga e il modo in cui questo insegnamento può essere portato dalla pratica sul tappetino alla vita quotidiana.


Durata: ~10 min

Categoria: Filosofia, Pratica

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Quando si arriva all’ultimo dei Niyama, ci si imbatte in una parola che spesso mette un po’ in difficoltà: Īśvarapraṇidhāna.


È una parola lunga, non semplice da pronunciare, e ancora meno da tradurre.


Perché ogni traduzione sembra lasciare fuori qualcosa.


C’è chi la traduce come “abbandono al Divino”, chi come “affidamento”, chi come “dedizione a Dio”.


E forse proprio qui nasce il problema.


Perché prima ancora di capire che cos’è Īśvarapraṇidhāna…

dovremmo chiederci una cosa molto semplice:


Chi è Īśvara?


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TRASCRIZIONE EPISODIO


Benvenute e benvenuti a Yoga Oltre il Tappetino.


Io sono Giada Gabiati: non mi considero una guru e non propongo verità assolute.

Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire nuovi aspetti della pratica e di come integrarla nel quotidiano.


Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e piccoli strumenti che lo yoga ci offre per vivere meglio.

Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ascoltare e guardare B un po’ più in profondità.


Nelle scorse puntate abbiamo iniziato a esplorare i Niyama, le osservanze personali della pratica yogica.


Oggi ci soffermiamo sull’ultimo Niyama: Ishvarapranidhana.


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Dopo aver attraversato i cinque Niyama descritti da Patañjali, arriviamo all’ultimo di questi principi.


Un principio che, a prima vista, sembra semplice… ma che in realtà apre una prospettiva molto più profonda di quanto il nome lasci intuire.


Perché fino a qui attraverso i NiyamaPatanjali ci ha chiesto di lavorare su noi stessi:

di fare chiarezza (saucha), di coltivare soddisfazione (santosha), di attraversare la disciplina (tapas), di osservarci con sincerità (svadiyaya).


E adesso, alla fine di questo percorso, arriva qualcosa che non aggiunge semplicemente “un’altra cosa da fare”… ma cambia il modo in cui stiamo già vivendo tutto il resto.


Ishvarapranidhana…

Ma cosa significa davvero?


Praṇidhāna significa orientare, dedicare, affidare completamente.

Non in modo superficiale, ma con un’attenzione piena, totale.


Īśvara, invece, è il termine più delicato.


Negli Yoga Sūtra, Patañjali lo usa per indicare una forma di coscienza particolare: non condizionata, non influenzata dalle sofferenze, dalle azioni passate o dai movimenti della mente.


Ma prima di entrare troppo in questa parte, possiamo fermarci un attimo sulla parola nel suo insieme.


Perché Īśvarapraṇidhāna, in modo molto concreto, indica questo:


fare la propria parte, con impegno e presenza, senza restare attaccati al risultato di ciò che facciamo.


Non è una rinuncia all’azione.

Non è una forma di passività.

E non è nemmeno l’idea che “tanto decide tutto qualcos’altro al posto nostro”.


È piuttosto un modo diverso di stare dentro ciò che già facciamo.



E qui c’è un passaggio importante.


Perché spesso, quando si sente parlare di “affidarsi”, si pensa subito a qualcosa di passivo.

Come se significasse smettere di agire o delegare la propria vita.


Ma nello yoga non è questo il punto.


Il punto è un altro:


possiamo impegnarci al massimo…

senza trasformare il risultato in ciò che definisce il nostro valore.


Ma allora chi è Īśvara?


Negli Yoga Sūtra, Patañjali non lo presenta come una divinità nel senso religioso comune.


Non è una figura a cui chiedere qualcosa.

Non è un’entità esterna che interviene nella nostra vita.


Īśvara viene descritto come coscienza libera da ciò che normalmente condiziona la mente.


Libera dalle paure, dai desideri, dalle conseguenze delle azioni e dalle tracce che le esperienze lasciano dentro di noi.


Possiamo dirlo in modo ancora più semplice così:


Īśvara è un modo di indicare una forma di consapevolezza completamente libera, non condizionata.


Non qualcosa da immaginare fuori da noi.

Ma un punto di riferimento per comprendere cosa significa essere liberi dai condizionamenti della mente.



E allora Īśvarapraṇidhāna prende ancora più senso.


Perché non si tratta di “affidarsi a qualcuno che decide al posto nostro”.


Si tratta di orientare il modo in cui viviamo e pratichiamo verso una qualità diversa di presenza.


Meno guidata dal bisogno di controllo.

Più aperta, più lucida, più consapevole.



E qui possiamo tornare a noi.


Perché nella vita quotidiana, il punto non è smettere di agire.


Il punto è osservare da dove agiamo.


Agiamo per presenza…

oppure agiamo spinti dalla paura che le cose non vadano come vogliamo?


A questo punto, Īśvarapraṇidhāna non è un principio isolato.


Negli Yoga Sūtra, Patañjali lo inserisce anche all’interno del Kriyā Yoga, lo yoga dell’azione, insieme a Tapas e Svādhyāya.


Il Kriyā Yoga è il primo modo in cui Patañjali descrive un lavoro pratico su di sé: non è una tecnica separata, ma un insieme di atteggiamenti interiori con cui affrontiamo la pratica e la vita quotidiana.


E questo dettaglio è molto interessante.


Perché ci dice qualcosa di importante sul modo in cui questo insegnamento si inserisce nel percorso dello yoga.


Tapas è il fuoco della disciplina.

È la capacità di restare nella pratica, anche quando è impegnativa, anche quando richiede costanza, anche quando non è immediata.


Svādhyāya è lo studio di sé.

È l’osservazione onesta di ciò che accade dentro di noi: i pensieri, le reazioni, gli schemi che si ripetono.


E poi c’è Īśvarapraṇidhāna.


Come se, dopo aver lavorato con impegno su noi stessi e aver sviluppato consapevolezza, arrivasse un ulteriore passaggio.


Non fare di più.

Ma fare in modo diverso.


Continuare ad agire, continuare a praticare, continuare a impegnarsi…

senza essere completamente attaccati al risultato di ciò che facciamo.


Īśvarapraṇidhāna nella pratica


E se ci pensiamo, questo completa anche il percorso dei Niyama.


Perché non è un’aggiunta finale “spirituale” o separata dal resto.


È quasi un cambio di prospettiva.


Dopo aver lavorato sulla pulizia, sulla soddisfazione, sulla disciplina e sull’osservazione di sé, arriva una domanda più sottile:


riesco a continuare a fare tutto questo… senza pensare che il risultato dipenda solo da me?


Anche sul tappetino questo principio diventa molto concreto.


Ci sono pratiche in cui il corpo risponde subito, e tutto sembra fluire con facilità.


E poi ci sono momenti in cui, nonostante l’impegno, qualcosa non arriva.


Una posizione che non si apre.

Un equilibrio che non si stabilizza.

Un respiro che sembra più corto del solito.


In quei momenti possiamo reagire in modi diversi.


Possiamo forzare.

Possiamo confrontarci.

Possiamo trasformare la pratica in una prova da superare.


Oppure possiamo restare nel processo.


Respirare.

Osservare.

Accettare il tempo necessario senza trasformarlo in un giudizio su di noi.


Questo è Īśvarapraṇidhāna nella pratica.


Non significa rinunciare a migliorare.

Non significa non avere intenzione o direzione.


Significa non ridurre il valore della pratica al risultato che otteniamo.


Īśvarapraṇidhāna nella vita


E fuori dal tappetino succede la stessa cosa.


Ogni giorno ci troviamo dentro situazioni che non possiamo controllare completamente.


Un progetto che cambia direzione.

Una risposta che non arriva.

Una relazione che evolve in modo inatteso.

Una scelta che porta con sé incertezza.


E in questi momenti Īśvarapraṇidhāna diventa quasi una domanda interna:


sto facendo ciò che dipende da me…

oppure sto consumando energia nel tentativo di controllare ciò che non posso controllare?



Non è una domanda semplice.


Perché il bisogno di controllo spesso nasce da qualcosa di molto umano: il desiderio di sicurezza.


E in parte è naturale.


Ma quando diventa l’unico modo attraverso cui stiamo nella vita, rischia di farci perdere contatto con ciò che sta accadendo davvero.



Forse Īśvarapraṇidhāna non è fare meno.

È  fare con una qualità diversa.


Con presenza.

Con impegno.

Ma senza essere completamente identificati con il risultato.


Conclusione


E alla fine di questo percorso attraverso i Niyama, possiamo forse riconoscere una cosa semplice.


Lo yoga non ci chiede di uscire dalla vita.

Ci chiede di entrarci più pienamente.


Senza l’illusione di poter controllare tutto.

E senza perdere la capacità di esserci davvero.


Fare la propria parte con impegno e presenza, senza aggrapparsi al risultato.



Io sono Giada Gabiati e questo era Yoga Oltre il Tappetino.


Grazie per aver ascoltato fino a qui.


Se questo episodio ti è stato utile, puoi supportare il progetto lasciando una recensione o condividendolo con qualcuno a cui potrebbe interessare: è il modo più semplice per farlo crescere.


E se hai idee, domande o argomenti che ti piacerebbe ascoltare nelle prossime puntate, scrivimeli: questo podcast cresce anche grazie a chi lo ascolta.


Nella prossima puntata inizieremo a esplorare āsana, il terzo passo degli Yoga Sūtra: la pratica del corpo, ma anche il modo in cui il corpo diventa spazio di consapevolezza.


Alla prossima puntata.


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