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Dhyāna: cos'è la meditazione secondo Patañjali?

Immagine del redattore: Giada
Giada
11 ore fa
Tempo di lettura: 7 min

Possiamo decidere di sederci a meditare. Ma possiamo davvero decidere di meditare?

Nella tradizione degli Yoga Sūtra di Patañjali, Dhyāna è il settimo degli otto aspetti dello yoga e indica una particolare continuità dell'attenzione.

In questa puntata di Yoga Oltre il Tappetino esploriamo la differenza tra concentrazione e meditazione, il ruolo della volontà nella pratica e il significato dello Yoga Sūtra III.2.

Una riflessione sulla meditazione come parte di un percorso di conoscenza di sé, oltre l'idea di una tecnica da eseguire o di un risultato da raggiungere.

Ascolta la puntata nel lettore qui sotto oppure prosegui con la trascrizione integrale.


Durata: ~10 min

Categoria: Filosofia, Pratica

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TRASCRIZIONE EPISODIO


Puoi decidere di sederti a meditare. Ma puoi davvero decidere di meditare?


Puoi chiudere gli occhi.


Puoi portare l’attenzione al respiro.


Puoi rimanere immobile per dieci minuti, venti minuti, un’ora.


Eppure, tutto questo non significa necessariamente che tu sia entrato in meditazione.


Perché, nella visione dello yoga di Patañjali, la meditazione non è semplicemente qualcosa che facciamo.


È qualcosa che può accadere.


E questa differenza cambia profondamente il modo in cui possiamo avvicinarci alla pratica.


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Benvenute e benvenuti a Yoga Oltre il Tappetino.


Io sono Giada.


Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire ogni giorno nuovi aspetti di questa pratica e di come possa accompagnarci nel quotidiano.


Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e strumenti che lo yoga ci offre per vivere con maggiore presenza e consapevolezza.


Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ad ascoltare e a guardare un po’ più in profondità.


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Oggi continuiamo il nostro viaggio attraverso gli otto aspetti dello yoga descritti da Patañjali, per esplorare il settimo: Dhyāna, la meditazione.


Nella scorsa puntata abbiamo parlato di concentrazione.


Abbiamo visto come la pratica consista nel raccogliere la mente e orientarla verso un punto preciso.


Può essere il respiro, una sensazione, un suono, un’immagine.


La mente si allontana.


Ce ne accorgiamo.


E ritorniamo.


È un movimento che conosciamo bene, soprattutto se abbiamo provato a sederci in silenzio e osservare ciò che accade nella nostra mente.


Ma può succedere che, a un certo punto, qualcosa cambi.


L’attenzione non deve più essere continuamente riportata indietro.


Rimane.


Non perché la stiamo trattenendo con forza.


Semplicemente, rimane.


Ed è qui che entriamo nel territorio di Dhyāna.


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Che cosa ci dice Patañjali


Nel secondo sutra del terzo capitolo degli Yoga Sūtra, Patañjali definisce la meditazione attraverso un’espressione estremamente essenziale.


Possiamo tradurla così:


«La meditazione è il fluire ininterrotto di un medesimo contenuto della coscienza verso l’oggetto della concentrazione.»


Poche parole, ma molto significative.


Patañjali non ci sta indicando una tecnica da eseguire.


Sta descrivendo una particolare condizione della mente.


Nella concentrazione l’attenzione viene raccolta e orientata.


Nella meditazione, quella stessa attenzione acquista continuità.


È come se ciò che prima richiedeva un continuo intervento da parte nostra cominciasse a sostenersi da sé.


E questa distinzione è importante, perché oggi utilizziamo la parola meditazione per indicare molte cose diverse.


Chiamiamo meditazione il sederci a osservare il respiro, il seguire una pratica guidata, il portare l’attenzione alle sensazioni del corpo.


Sono tutte pratiche che possono prepararci alla meditazione.


Ma nella prospettiva di Patañjali, Dhyāna indica qualcosa di più specifico: una continuità del processo conoscitivo, in cui la mente rimane rivolta al medesimo oggetto senza essere continuamente attraversata da contenuti estranei.


Non è quindi una questione di postura, di durata o di immobilità.


È una questione di qualità dell’attenzione.


E dall’esterno potrebbe non cambiare assolutamente nulla.


La persona è seduta nello stesso modo, nello stesso silenzio.


Ma interiormente l’esperienza è diversa.


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Quando la mente smette di inseguire


Possiamo provare a intuire questa qualità dell’attenzione anche attraverso alcune esperienze quotidiane.


Pensiamo a quando ascoltiamo davvero qualcuno.


Non stiamo preparando mentalmente la risposta.


Non stiamo confrontando quello che ascoltiamo con ciò che già sappiamo.


Non stiamo pensando a quello che faremo dopo.


Per qualche istante, c’è soltanto l’ascolto.


Oppure quando osserviamo qualcosa con grande attenzione e, per un momento, smettiamo di commentarla mentalmente.


Naturalmente queste esperienze non sono necessariamente Dhyāna.


Ma possono aiutarci a comprendere cosa significhi un’attenzione che non viene continuamente frammentata.


Perché, se osserviamo il funzionamento abituale della nostra mente, ci accorgiamo che raramente rimaniamo davvero con ciò che stiamo vivendo.


Una sensazione richiama un pensiero.


Un pensiero ne richiama un altro.


Poi arriva un ricordo, una preoccupazione, qualcosa da organizzare.


E quasi senza accorgercene siamo già altrove.


La mente costruisce continuamente associazioni, interpretazioni, giudizi.


Non è qualcosa che dobbiamo combattere.


Ma è qualcosa che possiamo imparare a conoscere.


Ed è proprio qui che la pratica meditativa assume un significato molto più profondo del semplice esercizio dell’attenzione.


Perché osservando il movimento della mente, cominciamo anche a riconoscere il modo in cui costruiamo la nostra esperienza.


⸻


Possiamo davvero voler meditare?


Torniamo allora alla domanda iniziale.


Possiamo decidere di meditare?


Possiamo certamente decidere di praticare.


Possiamo sederci, scegliere un oggetto di concentrazione e riportare l’attenzione ogni volta che si allontana.


Possiamo coltivare le condizioni che favoriscono Dhyāna.


Ma non possiamo imporre alla mente di entrare in meditazione attraverso un atto di volontà.


E questo è un passaggio che trovo particolarmente interessante.


Perché siamo abituati a pensare che, per ottenere qualcosa, dobbiamo impegnarci di più.


Fare uno sforzo maggiore.


Controllare meglio.


Concentrarci più intensamente.


Ma nella meditazione questo atteggiamento può diventare proprio ciò che ci ostacola.


Se mentre pratichiamo continuiamo a chiederci:


Sto riuscendo?


Sono abbastanza concentrata?


Quanto tempo è passato?


Questa è meditazione oppure no?


La nostra attenzione non è più rivolta all’oggetto della pratica.


È tornata a occuparsi di noi, delle nostre aspettative, del risultato che vorremmo ottenere.


E così introduciamo un’ulteriore agitazione.


Dhyāna non nasce necessariamente da uno sforzo maggiore.


Può emergere quando l’attenzione è stata coltivata con sufficiente stabilità da non richiedere più quel continuo intervento volontario.


Questo non significa che la disciplina non sia necessaria.


Al contrario.


Significa che la disciplina prepara qualcosa che non possiamo semplicemente pretendere.


E forse è proprio questa una delle lezioni più sottili della meditazione: imparare a praticare con impegno, senza trasformare ogni esperienza in un risultato da conquistare.


⸻


E quando arrivano i pensieri?


C’è un equivoco molto diffuso che merita di essere chiarito.


L’idea che meditare significhi non avere pensieri.


Se ci sediamo e la mente continua a produrre pensieri, immagini, ricordi, allora pensiamo di non essere capaci.


Ma il lavoro che precede Dhyāna non consiste nel costringere la mente al silenzio.


Consiste nell’imparare a riconoscere i suoi movimenti e a raccogliere nuovamente l’attenzione.


Durante la pratica può comparire un pensiero.


Possiamo accorgerci che l’attenzione si è spostata, che quella continuità si è interrotta.


Non è un errore.


Non significa che la pratica sia andata male.


Significa semplicemente che torniamo al lavoro della concentrazione.


E questo passaggio può ripetersi molte volte.


La meditazione non è una prestazione.


Non dobbiamo dimostrare di essere capaci di mantenere una determinata condizione.


Anzi, il desiderio di riuscirci può diventare un ulteriore contenuto mentale a cui ci aggrappiamo.


È importante comprendere che la continuità descritta da Patañjali non equivale a una mente genericamente vuota.


È una mente in cui il processo dell’attenzione rimane orientato verso il medesimo oggetto.


Non è l’assenza di ogni attività mentale.


È una particolare qualità di quell’attività.


⸻


Vedere senza aggiungere continuamente qualcosa


C’è un aspetto di tutto questo che, personalmente, trovo molto significativo.


Nella vita quotidiana raramente incontriamo le cose senza sovrapporre loro qualcosa di nostro.


Vediamo una persona e immediatamente la collochiamo dentro un’immagine che abbiamo costruito.


Ascoltiamo una frase e la interpretiamo attraverso le nostre esperienze precedenti.


Sentiamo una sensazione e subito la giudichiamo.


Piacevole.


Spiacevole.


Da cercare.


Da evitare.


Tra ciò che accade e il modo in cui lo viviamo si inserisce continuamente il nostro commento.


E molto spesso non ci rendiamo nemmeno conto che quel commento esiste.


Lo scambiamo per la realtà stessa.


La pratica dello yoga ci invita invece a osservare il funzionamento della mente, a riconoscere quanto la nostra esperienza sia continuamente condizionata da ciò che ricordiamo, desideriamo, temiamo o ci aspettiamo.


Quando l’attenzione diventa più stabile, anche la possibilità di osservare questi meccanismi cambia.


Non siamo più costantemente trascinati da un contenuto all’altro.


E possiamo cominciare a distinguere, con maggiore chiarezza, ciò che stiamo osservando dalle interpretazioni che abitualmente vi sovrapponiamo.


Naturalmente Dhyāna, da solo, non coincide ancora con la conoscenza discriminativa che Patañjali descrive come fondamentale nel percorso dello yoga.


Ma appartiene a quel processo di progressiva chiarificazione della mente che rende possibile una conoscenza meno condizionata.


Ed è qui che, secondo me, si comprende perché la meditazione occupi un posto così importante nello yoga.


Non perché ci permetta di vivere qualche momento piacevole di silenzio.


Ma perché riguarda direttamente il modo in cui conosciamo.


Il mondo.


Le nostre esperienze.


E noi stessi.


⸻


Dalla concentrazione alla meditazione, e oltre


C’è infine qualcosa che vorrei lasciare come riflessione.


Spesso, quando studiamo gli otto aspetti dello yoga, siamo portati a immaginarli come una scala.


Un gradino dopo l’altro.


Prima impariamo a concentrarci.


Poi impariamo a meditare.


Infine raggiungiamo Samādhi.


Ma questa rappresentazione rischia di farci pensare a una serie di traguardi da conquistare.


Nell’esperienza concreta della pratica, il rapporto tra concentrazione e meditazione è molto più dinamico.


L’attenzione si raccoglie.


Acquista stabilità.


Può perdere quella continuità.


E tornare nuovamente a raccogliersi.


Non c’è bisogno di attribuire a ogni passaggio un successo o un fallimento.


C’è un processo da comprendere.


E più impariamo a conoscerlo, meno abbiamo bisogno di trasformarlo in una valutazione di noi stessi.


Patañjali, però, non si ferma a Dhyāna.


Nel sutra successivo descrive una condizione ancora più sottile, nella quale sembra rimanere soltanto l’oggetto della meditazione, mentre la consapevolezza della propria individualità come soggetto che medita passa in secondo piano.


È il territorio di Samādhi.


E sarà proprio questo il tema della prossima puntata.


Per oggi vorrei lasciarti con la domanda da cui siamo partiti.


Puoi decidere di sederti a meditare. Ma puoi davvero decidere di meditare?


Forse ciò che possiamo fare è imparare a creare le condizioni.


Con pazienza.


Con continuità.


Senza cercare continuamente di misurare quello che sta accadendo.


Perché non tutto ciò che coltiviamo può essere ottenuto attraverso il controllo.


E a volte, proprio quando smettiamo di voler trattenere l’esperienza, possiamo scoprire una qualità dell’attenzione che prima non conoscevamo.


Una mente che, almeno per qualche istante, non ha bisogno di inseguire continuamente qualcos’altro.


E può semplicemente rimanere.


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Se questa puntata ti ha lasciato una domanda, una riflessione o il desiderio di condividere la tua esperienza, puoi scrivermi. Mi fa sempre piacere conoscere i pensieri di chi ascolta.


E se ti va di continuare questo percorso insieme, segui Yoga Oltre il Tappetino sulla tua piattaforma preferita. Puoi anche lasciare una valutazione o una recensione: è un piccolo gesto che aiuta il podcast a raggiungere altre persone interessate a esplorare lo yoga oltre la pratica fisica.


Se invece desideri praticare yoga insieme a me, trovi tutte le informazioni e i miei contatti sul sito giadagabiati.com.


Grazie per aver dedicato questo tempo all’ascolto.


Ci ritroviamo nella prossima puntata, per continuare a esplorare lo yoga, oltre il tappetino.

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