Dhāraṇā: imparare a raccogliere la mente

Cosa significa davvero concentrarsi?
Negli Yoga Sutra, Patañjali descrive dhāraṇā come il gesto di raccogliere la mente e orientarla verso un punto.
Non significa smettere di pensare o riuscire finalmente a non distrarsi. La mente si allontana, ce ne accorgiamo e torniamo. Ed è proprio questo ritorno a diventare parte della pratica.
Dhāraṇā è il sesto degli otto anga dello yoga e arriva dopo pratyāhāra, il ritiro dei sensi. Se con pratyāhāra cambia il nostro rapporto con gli stimoli che continuamente richiamano l’attenzione, con dhāraṇā quella stessa attenzione può cominciare a raccogliersi e ad avere una direzione.
In questa puntata di Yoga oltre il tappetino esploriamo cosa significa concentrazione secondo Patañjali, perché distrarsi non significa necessariamente aver fallito nella pratica e cosa può insegnarci dhāraṇā anche nella vita quotidiana.
Durata: ~10 min
Categoria: Filosofia, Pratica
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TRASCRIZIONE COMPLETA EPISODIO
Provate per qualche secondo a fare una cosa molto semplice.
Scegliete qualcosa su cui posare l’attenzione.
Il suono della mia voce, per esempio.
E restate lì.
Probabilmente non passerà molto tempo prima che arrivi qualcos’altro.
Un pensiero.
Un rumore.
Una cosa che dovete fare dopo.
Un ricordo.
Magari persino il pensiero: ecco, mi sto concentrando.
La mente si sposta.
E poi ancora.
Non perché ci sia qualcosa che non va.
È semplicemente ciò che fa.
E forse è proprio da qui che possiamo cominciare a capire il sesto degli otto anga dello yoga descritti da Patañjali: dhāraṇā.
Una parola che viene spesso tradotta con “concentrazione”.Ma, come succede spesso negli Yoga Sutra, una sola parola italiana rischia di farci perdere qualcosa.
Perché dhāraṇā non è semplicemente “stare concentrati”.
È imparare a raccogliere una mente che continuamente tende a disperdersi.
E a darle una direzione.
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INTRODUZIONE
Benvenuti e benvenute a Yoga oltre il tappetino.
Io sono Giada.
Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire ogni giorno nuovi aspetti di questa pratica e di come possa accompagnarci nel quotidiano.
Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e strumenti che lo yoga ci offre per vivere con maggiore presenza e consapevolezza.
Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ad ascoltare e a guardare un po’ più in profondità.
Nella scorsa puntata abbiamo parlato di pratyāhāra, il quinto anga dello yoga.
Abbiamo visto quel movimento attraverso il quale i sensi smettono di trascinarci continuamente verso ciò che accade fuori.
Ed è proprio da lì che continuiamo oggi.
Perché quando l’attenzione non viene più continuamente catturata da ogni stimolo che incontra, può succedere qualcosa di nuovo.
Può raccogliersi.
E questo ci porta a dhāraṇā.
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IL SESTO ANGA
Patañjali introduce dhāraṇā nel terzo capitolo degli Yoga Sutra, con un sutra brevissimo.
Una possibile traduzione è:
Dhāraṇā è il legare la mente a un luogo.
Un luogo, un punto, uno spazio.
L’immagine è molto semplice:
la mente viene legata a un punto.
E trovo interessante che Patañjali non ci dica che la mente debba diventare vuota.
Non ci dice che i pensieri devono scomparire.
Non ci dice nemmeno che dobbiamo raggiungere qualche particolare stato di coscienza.
Ci dice semplicemente che la mente viene mantenuta in un luogo.
C’è un oggetto.
E l’attenzione viene orientata lì.
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UNA MENTE CHE TENDE A MUOVERSI
Se avete mai provato a meditare, probabilmente conoscete bene quello che succede.
Decidete di osservare il respiro.
Inspirate.
Espirate.
E dopo pochissimo siete già altrove.
State pensando alla cena.
A una conversazione avuta ieri.
A qualcosa che dovete ricordarvi.
Poi, a un certo punto, vi accorgete di esservi distratti.
E tornate al respiro.
Molto spesso consideriamo quel momento una specie di fallimento.
Non riesco a concentrarmi.
La mia mente non sta ferma.
Non sono capace di meditare.
Ma forse dhāraṇā ci permette di guardare la stessa esperienza in modo diverso.
Il punto non è che la mente non si muova mai.
Il punto è accorgersi che si è mossa.
E riportarla.
Questo gesto apparentemente insignificante è già pratica.
Non perché siamo riusciti a fermare la mente.
Ma perché, nel momento in cui ci accorgiamo della distrazione, possiamo nuovamente scegliere dove portare l’attenzione.
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CONCENTRARSI NON SIGNIFICA STRINGERE
Quando sentiamo la parola “concentrazione”, facilmente immaginiamo uno sforzo.
La fronte corrugata.
Il tentativo di escludere tutto il resto.
Una specie di tensione mentale:
devo stare qui.
non devo distrarmi.
Ma credo sia importante distinguere la stabilità dalla rigidità.
Dhāraṇā non richiede necessariamente una mente contratta.
Possiamo pensare piuttosto a un’attenzione che impara a rimanere.
Come quando appoggiamo delicatamente qualcosa in un punto e, se scivola via, lo rimettiamo al suo posto.
Senza arrabbiarci.
Senza trasformare ogni distrazione in un problema.
Questo cambia molto il modo in cui possiamo praticare.
Perché non stiamo combattendo contro la mente.
Stiamo imparando a conoscerne il movimento.
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DOVE POSSIAMO POSARE LA MENTE?
Il “luogo” di cui parla Patañjali non deve necessariamente essere un luogo fisico nel senso comune del termine.
Nella tradizione yogica l’attenzione può essere orientata verso differenti oggetti.
Il respiro.
Un punto del corpo.
Un’immagine.
Un suono.
Un mantra.
Un oggetto interno o esterno.
Ciò che conta, qui, non è tanto quale oggetto scegliamo.
È ciò che accade nel rapporto tra la mente e quell’oggetto.
La mente, che normalmente passa continuamente da una cosa all’altra, comincia a imparare una possibilità diversa:
rimanere.
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E NELLA VITA QUOTIDIANA?
Non dobbiamo necessariamente sederci a gambe incrociate per accorgerci di quanto sia difficile rimanere.
Possiamo osservarlo in momenti molto più ordinari.
Stiamo leggendo una pagina e, arrivati in fondo, ci rendiamo conto di non sapere cosa abbiamo appena letto.
Le parole erano davanti ai nostri occhi.
Noi eravamo lì.
Eppure la mente era altrove.
Oppure qualcuno ci sta parlando e improvvisamente ci accorgiamo che, da qualche momento, non lo stiamo più ascoltando davvero.
Non è successo niente di particolare.
Un pensiero ne ha richiamato un altro.
Poi un altro ancora.
E ci siamo allontanati.
Forse è interessante osservare proprio questo.
Quanto poco basta perché l’attenzione si sposti.
E quanto spesso questo movimento avvenga senza che ce ne rendiamo conto.
Non credo che dhāraṇā ci chieda di eliminare tutto questo.
Ci invita piuttosto a scoprire che esiste anche un’altra possibilità.
Possiamo scegliere di restare con qualcosa.
Con ciò che stiamo leggendo.
Con la persona che abbiamo davanti.
Con un gesto che stiamo compiendo.
Con il respiro.
E quando ci accorgiamo di essere altrove, possiamo tornare.
Vista in questo modo, dhāraṇā non riguarda soltanto ciò che facciamo quando ci sediamo a praticare.
Riguarda qualcosa di molto più quotidiano:
la possibilità di essere davvero presenti a ciò che stiamo facendo mentre lo stiamo facendo.
Non sempre.
Non perfettamente.
Ma almeno accorgerci di quando non lo siamo più.
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DA PRATYĀHĀRA A DHĀRAṆĀ
Ed è qui che diventa più chiaro anche il posto che Patañjali assegna a dhāraṇā nel percorso degli otto anga.
Prima abbiamo incontrato pratyāhāra.
Il rapporto con gli stimoli sensoriali cambia.
L’attenzione non è più costretta a inseguire tutto ciò che appare.
E allora può essere orientata.
Pratyāhāra crea lo spazio.
Dhāraṇā dà a quello spazio una direzione.
Non sono necessariamente due interruttori che accendiamo uno dopo l’altro.
Sono movimenti che possiamo riconoscere nell’esperienza.
Prima smetto, almeno per un momento, di seguire ogni cosa.
Poi scelgo dove stare.
E resto lì.
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UNA PICCOLA ESPERIENZA
Possiamo provarlo anche adesso.
Non serve cambiare posizione.
Non serve chiudere gli occhi.
Semplicemente, portate l’attenzione al respiro.
Non cercate di modificarlo.
Scegliete un punto preciso in cui sentirlo.
Potrebbero essere le narici.
Il petto.
L’addome.
Sceglietene uno.
E per qualche respiro restate lì.
…
Prima o poi arriverà qualcos’altro.
Un pensiero.
Un suono.
Una sensazione.
Quando ve ne accorgete, non avete sbagliato.
Notatelo.
E tornate.
…
Forse è proprio qui che possiamo incontrare dhāraṇā.
Non in una mente perfettamente immobile.
Ma in questo gesto molto semplice:
scegliere dove stare.
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CHIUSURA
C’è un’ultima cosa importante da capire.
Dhāraṇā non è ancora ciò che Patañjali chiama dhyāna, la meditazione.
Ed è una distinzione interessante, perché oggi usiamo spesso concentrazione e meditazione quasi come se fossero la stessa cosa.
Qui invece siamo ancora nel gesto del raccogliere l’attenzione.
Nel scegliere un punto e nell’imparare a rimanere.
Poi, nel percorso descritto da Patañjali, qualcosa cambia.
Questa attenzione può assumere una qualità diversa.
Ed è lì che incontreremo dhyāna.
Ma su questo ci fermeremo nella prossima puntata.
Per ora possiamo rimanere qui.
Con un gesto molto più semplice.
E forse anche molto più concreto.
Accorgerci di dove siamo.
Accorgerci di dove va la nostra attenzione.
E recuperare, quando possiamo, la possibilità di scegliere dove essere.
Forse dhāraṇā comincia proprio qui.
Non nel tentativo di avere finalmente una mente senza pensieri.
Ma nell’imparare a non essere trascinati continuamente da ogni suo movimento.
E nel tornare, ogni volta, a ciò che abbiamo scelto.
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Nella prossima puntata continueremo il percorso degli otto anga entrando in dhyāna.
La meditazione.
E proveremo a capire che cosa intende davvero Patañjali quando ne parla.





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