Brahmacharya: non è rinuncia, è energia | Ep.10
- Giada

- 1 ora fa
- Tempo di lettura: 6 min
Durata: ~11 min
Categoria: Filosofia, Pratica
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Brahmacharya è una parola che spesso mette a disagio.
Evoca subito immagini di rinuncia, controllo, privazione.Qualcosa di distante, quasi incompatibile con la vita che conduciamo oggi.
Ma se non fosse questo?
Se Brahmacharya non riguardasse il negare,ma il scegliere con più consapevolezza?
In questo episodio esploriamo uno degli Yama più fraintesi degli Yoga Sutra di Patanjali, andando oltre l’idea di castità o celibato per avvicinarci al suo significato più profondo.
Brahmacharya parla di energia.Di come la usiamo.Di dove la disperdiamo, spesso senza accorgercene.
In un mondo che ci spinge continuamente verso l’eccesso — più stimoli, più lavoro, più consumo — diventa una pratica concreta di presenza e discernimento.
Un invito a fermarsi.A osservare.A riconoscere ciò che ci nutre e ciò che ci svuota.
Perché non si tratta di rinunciare alla vita,ma di imparare a viverla senza disperdere ciò che abbiamo di più prezioso: la nostra energia.
TRASCRIZIONE COMPLETA DELL'EPISODIO
Brahmacharya.
Castità. Celibato. Astinenza.
Parole che spaventano.
Che fanno pensare a rinunce. A sacrifici. A una vita monastica che non ci appartiene.
Ma se Brahmacharya non fosse esattamente questo?
INTRO
Benvenuti al decimo episodio di Yoga Oltre il Tappetino.
Io sono Giada Gabiati. Non mi considero una guru e non propongo verità assolute.
Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione.
Ogni giorno scopro nuovi aspetti della pratica, e nuovi modi per portarla nel quotidiano.
Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e piccoli strumenti che lo yoga ci offre per vivere meglio.
Non sono risposte definitive. Sono inviti. Inviti a fermarsi, ascoltare, e guardare un po’ più in profondità.
Nelle scorse puntate abbiamo parlato di Ahimsa, Satya e Asteya.
Oggi affrontiamo il quarto Yama: Brahmacharya.
COSA DICE DAVVERO PATANJALI
Brahmacharya è probabilmente lo Yama più frainteso.
E anche il meno amato.
Spesso tradotto come “castità” o “celibato”, fa pensare a rinunce che non ci piacciono.
Ma guardiamo cosa significa questa parola.
“Brahma” si riferisce a Brahman, la realtà ultima.
“Charya” significa condotta.
Brahmacharya significa condotta rivolta a Brahman, alla realtà ultima. È un principio che riguarda l’uso dell’energia vitale, in particolare quella sessuale, ma anche più in generale l’energia che muove la nostra vita.
Non è il momento di approfondire cosa sia Brahman - ci torneremo.
Per ora teniamo questo: Brahmacharya significa vivere con uno scopo che va oltre i piaceri immediati.
Negli Yoga Sutra di Patanjali, capitolo 2, sutra 38, troviamo scritto:
“Quando si è fermamente stabiliti in Brahmacharya, si ottiene vigore.”
Energia. Vitalità.
Ma cosa intendeva Patanjali?
Nel contesto originale, questo significava astinenza sessuale.
Tradizionalmente, Brahmacharya si riferiva alla vita di un aspirante asceta.
Giovani dedicati completamente allo studio, senza distrazioni.
L’energia sessuale era vista come la più potente, da preservare.
Per chi sceglieva una vita ascetica, aveva senso.
Ma noi?
Noi che abbiamo lavoro, relazioni, famiglia?
Dobbiamo diventare celibi per praticare yoga?
NON SIAMO MONACI
No, non dobbiamo.
Gli Yoga Sutra non sono un dogma.
Non sono comandamenti da seguire alla lettera.
Sono strumenti. Una mappa.
E come ogni mappa, possiamo scegliere quale strada prendere.
Possiamo prendere ciò che risuona con noi e con la nostra vita.
Grandi maestri come Krishnamacharya, B.K.S. Iyengar e Pattabhi Jois avevano famiglia.
Vivevano nel mondo. E praticavano yoga con profondità.
Per loro, Brahmacharya non significava celibato assoluto.
Significava qualcosa di diverso: autocontrollo, moderazione, non cadere negli eccessi.
Patanjali scriveva per aspiranti spirituali di un’altra epoca.
Il suo obiettivo era citta vrtti nirodha: fermare le fluttuazioni della mente.
Il sesso, i piaceri dei sensi… per lui erano distrazioni da questo scopo.
E lo sono.
Ma questo non significa rinunciarvi completamente.
Possiamo avere una vita piena. Relazioni. Piaceri.
La differenza sta nel come.
C’è una differenza tra godere di un buon pasto e abbuffarsi fino a star male.
Tra una relazione intima e nutriente e una dipendenza che ci consuma.
Tra piacere che ci rigenera e eccesso che ci svuota.
Brahmacharya, per chi non è un asceta, diventa moderazione consapevole.
Non negare i piaceri.
Ma notare quando diventano eccessi.
Quando ci tolgono energia invece di darcela.
BRAHMACHARYA IN UN MONDO DI ECCESSI
Come possiamo interpretare Brahmacharya oggi?
Viviamo in una cultura che spinge sempre al “di più”.
Più produttività. Più stimoli. Più consumi. Più tutto.
Il sistema economico si regge su questo: non essere mai soddisfatti.
C’è sempre qualcosa da comprare, da migliorare, da raggiungere.
Il tuo corpo non è abbastanza.
Il tuo lavoro non è abbastanza.
La tua vita non è abbastanza.
E così continuiamo a correre.
A consumare.
A produrre.
A riempire ogni spazio vuoto.
In questo contesto, Brahmacharya diventa un atto di resistenza.
Dire “basta” quando il mondo ti dice “ancora”.
Fermarsi quando tutto ti spinge ad andare avanti.
Non è solo moderazione personale.
È una scelta culturale. Politica, persino.
Tradizionalmente, Brahmacharya riguardava l’energia sessuale.
Oggi, però, disperdiamo energia in modi che gli antichi asceti non potevano nemmeno immaginare.
La nostra attenzione è costantemente frammentata.
Notifiche. Email. Social media. Notizie.
Uno scroll infinito che ci cattura senza che ce ne accorgiamo.
E il lavoro.
Che non finisce mai.
Che ci segue ovunque.
Che ci chiede di essere sempre disponibili, sempre produttivi, sempre “on”.
Brahmacharya ci invita a guardare dove va la nostra energia.
A riconoscere cosa ci nutre e cosa ci svuota.
Ci sono attività che ci lasciano pieni. Presenti. Vivi.
E attività che ci prosciugano.
Brahmacharya è notare la differenza.
E scegliere consapevolmente dove mettere la nostra energia.
COME PRATICARE BRAHMACHARYA
Come possiamo portare Brahmacharya nella vita quotidiana?
Non si tratta di regole rigide.
Non è una lista di cose da fare o da evitare.
È prima di tutto consapevolezza.
La sfida più grande spesso è notare dove la nostra energia scivola via senza che ce ne accorgiamo.
Può essere il lavoro che ci assorbe anche quando siamo a casa,
lo scroll infinito sui social che ci lascia vuoti,
le preoccupazioni costanti, i pensieri ricorrenti,
o conversazioni e relazioni che ci drenano più di quanto ci nutrono.
Per me, ad esempio, la sfida più grande è il lavoro.
Non tanto le ore che dedico, quanto il non riuscire a staccare con la testa.
Finisco la giornata, ma la mente tende a restare lì: a rimuginare, a pianificare, a preoccuparsi.
Sono con mia figlia, ma penso a quella cosa da sistemare.
Sto facendo altro, ma il lavoro è sempre sullo sfondo.
Non è presenza. È dispersione.
E quella dispersione mi svuota.
Brahmacharya mi chiede di fermarmi.
Di riconoscere quando la mente continua a lavorare anche se il corpo si è fermato.
Di chiedermi: serve davvero pensarci adesso?
Non è facile. L’automatismo è fortissimo.
La mente tende a tornare lì senza che me ne accorga.
È un circuito consolidato nel tempo, giorno dopo giorno.
Spezzarlo richiede presenza costante.
E ogni volta che riesco a staccare davvero, recupero energia.
Energia per essere presente.
Con le persone che amo. Con me stessa.
Brahmacharya non ci chiede di rinunciare alla vita.
Ci chiede di viverla con consapevolezza, di sapere quando fermarsi, anche solo con la testa.
I social, in particolare, sono tra le dipendenze più insidiose dei nostri tempi.
Scrollare senza fine, confrontarsi con vite filtrate e immagini perfette…
tutto questo prosciuga energia senza che ce ne accorgiamo.
Brahmacharya ci invita a fermarci.
A chiederci: serve davvero aprire ancora un feed? Serve davvero continuare a rimuginare su quella cosa?
Non è facile.
Ci vuole allenamento.
Ci vuole gentilezza verso noi stessi.
E ogni volta che riusciamo a fermarci davvero, succede qualcosa di potente:
recuperiamo energia.
Recuperiamo spazio.
Recuperiamo la capacità di essere presenti.
Brahmacharya non è rinuncia.
Non è negare la vita.
È imparare a scegliere con cura dove mettere la nostra energia,
a proteggere ciò che ci nutre,
a non lasciarci trascinare da ciò che ci svuota.
È un atto di libertà.
È un atto di responsabilità verso noi stessi.
Ogni piccolo passo conta.
Ogni momento in cui scegliamo consapevolmente di fermarci, respirare, osservare,
è un momento in cui pratichiamo Brahmacharya.
CONCLUSIONE
Brahmacharya non è una regola da rispettare, né un ideale astratto.
È una pratica viva. Una scelta consapevole.
Ci insegna a osservare dove va la nostra energia.
A distinguere ciò che ci nutre da ciò che ci svuota.
A fermarci anche solo con la mente, quando tutto ci spinge ad andare avanti.
Non significa rinunciare ai piaceri, al lavoro, alle relazioni.
Significa vivere con attenzione, scegliere con cura, riconoscere il valore di ciò che già abbiamo.
Ogni piccolo gesto conta:
chiudere il telefono, respirare davvero, fare attenzione a come spendiamo tempo ed energia.
Ogni momento in cui pratichiamo questa presenza è un passo verso vigore, chiarezza e libertà interiore.
Brahmacharya è resistenza agli eccessi del mondo.
È consapevolezza in un’epoca di distrazioni infinite.
È imparare a dire “basta” quando tutto ci spinge al “di più”,
e ritrovare così la nostra energia, la nostra vitalità, la nostra presenza.
Grazie per aver ascoltato questo episodio di Yoga Oltre il Tappetino.
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Alla prossima puntata.





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