Lo Yoga non è unione: alle radici di una pratica fraintesa
- Giada

- 24 gen
- Tempo di lettura: 6 min

Le radici dello Yoga, quando la traduzione diventa tradimento
Yoga vuol dire "unione". Quante volte l'abbiamo sentito dire? Unione del sé individuale con il sé universale, unione di corpo e mente, unione con il divino.
È una definizione che si ripete nei manuali, che si sente nelle lezioni, che viene data quasi per scontata. E in effetti, la radice sanscrita yug significa proprio "mettere insieme", la stessa da cui deriva il nostro "giogo".
Ma fermarsi qui significa perdere gran parte della profondità di questa parola.
Perché yoga non indica tanto il risultato – l'unione – quanto piuttosto il processo attraverso cui le nostre energie, normalmente disperse in mille direzioni, vengono raccolte e indirizzate verso un unico punto.
Il giogo e l'attenzione dispersa
Pensate al giogo, quello strumento che una volta si usava per aggiogare i buoi all'aratro. Non serviva solo a legarli, ma a far sì che tirassero nella stessa direzione, con la stessa forza, verso lo stesso obiettivo.
Questo è yoga: mettere insieme le nostre energie perché lavorino nella stessa direzione.
Il problema è che normalmente viviamo in uno stato che in sanscrito si chiama sarva-arthatā, letteralmente "avere tanti oggetti". La nostra attenzione viene costantemente frammentata da stimoli esterni – i sensi che ci tirano di qua e di là – e da condizionamenti interni, quei filtri inconsci che vengono dal nostro passato e che distorcono la nostra percezione della realtà.
Quando agiamo nella realtà non secondo le cose come sono, ma secondo questa distorsione percettiva, creiamo un attrito. E questo attrito è la sofferenza.
Lo yoga come arresto, non come accumulo
Negli Yoga Sutra di Patanjali – il testo che ha fondato lo Yoga come sistema filosofico a sé – la definizione è cristallina: yoga citta vritti nirodha.
Yoga è l'arresto delle attività mentali.
Non è costruire, non è aggiungere, non è raggiungere qualcosa che non abbiamo. È piuttosto un processo di sottrazione, di semplificazione, di ritorno all'essenziale.
La meditazione non funziona come studiare matematica, dove si parte dal semplice per arrivare al complesso. Funziona al contrario: parte dalle nostre complicazioni e va sempre più verso la semplicità, fino a raggiungere quel sé che sta sotto tutte le sovrastrutture.
Come dice un detto taoista: "Il dotto impara una cosa nuova al giorno. L'uomo del Tao dimentica una cosa al giorno, finché non raggiunge il non-fare."
Chi siamo quando togliamo tutto?
La domanda fondamentale che attraversa le Upanishad – quei testi vedici che sono la matrice di tutte le filosofie indiane – è: "Chi sono io?"
Non in senso psicologico, ma in senso sapienziale. Qual è la mia essenza quando scarto tutto ciò con cui mi identifico ma che in realtà non sono?
Il criterio suggerito è semplice quanto radicale: sono ciò che rimane sempre identico attraverso i cambiamenti.
Allora scartiamo i vestiti, che possiamo cambiare. Scartiamo il corpo, che cambia continuamente – nemmeno una cellula del corpo che avevamo a 15 anni è ancora qui. Scartiamo le emozioni, che vanno e vengono. Scartiamo i pensieri, ancora più volatili.
Che cosa resta?
Resta la coscienza. Il fatto che io ci sono, esisto, e sono consapevole.
L'osservatore invisibile
Questo è uno dei punti cardine dello yoga: la distinzione tra la coscienza e i contenuti della coscienza.
Noi tendiamo a identificarci con i contenuti – pensieri, sensazioni, percezioni – ma questi sono oggetti che appaiono e scompaiono nel campo della coscienza. La coscienza stessa, invece, è ciò che osserva, il testimone immobile.
La coscienza è paradossalmente la cosa più certa che esiste – posso dubitare di tutto, ma non del fatto che sono cosciente – e allo stesso tempo la più elusiva, perché ogni volta che cerco di osservarla, diventa un oggetto, e ciò che osserva è già altrove.
È come tentare di girare intorno a se stessi per vedere la propria schiena. O come l'occhio, che può vedere tutto ma non può vedere se stesso.
L'errore ontologico
Secondo questi sistemi, la nostra sofferenza nasce da un errore fondamentale: ci identifichiamo esclusivamente con il corpo-mente individuale e ci viviamo come un io separato dal resto dell'universo.
È come se nel sogno, la coscienza del dormiente – che in realtà è tutto il sogno – si identificasse solo con il protagonista, dimenticando di essere anche le montagne, i fiumi, gli altri personaggi.
Quando pensiamo di essere solo quel corpo-mente, quello che gli succede diventa questione di vita o di morte. Ma se ci accorgiamo di essere anche la coscienza in cui tutto appare, qualcosa cambia radicalmente.
Non si tratta di negare il corpo o la mente, ma di non ridurre la nostra identità solo a quello.
Sul tappetino: fermare il film per vedere lo schermo
La meditazione, da questo punto di vista, è come spegnere il proiettore per vedere lo schermo.
Quando nella pratica fermiamo il corpo con l'asana, fermiamo il respiro con il pranayama, ritiriamo i sensi con pratyahara, stiamo facendo esattamente questo: togliamo i contenuti per fare esperienza della coscienza in sé.
Non si tratta di raggiungere qualcosa di lontano. Il sé è sempre qui. Il problema non è che non l'abbiamo, ma che è coperto, nascosto sotto strati di identificazioni errate.
La pratica dello yoga non è un viaggio verso una meta futura. È un riconoscimento di qualcosa che è già qui.
Perché questo cambia la pratica
Capire questo cambia profondamente il modo in cui pratichiamo.
Se yoga fosse accumulo, dovremmo fare sempre di più: più posizioni, più tecniche, più complicazioni. Ma se yoga è sottrazione, allora la direzione è opposta: verso la semplicità, il silenzio, l'essenziale.
Sul tappetino questo significa smettere di inseguire la postura perfetta e iniziare a chiedersi: quando fermo il corpo in questa forma, che cosa resta? Quando osservo il respiro fino a che si quieta, chi è che osserva?
La concentrazione su un punto – che è una delle tecniche fondamentali della meditazione – funziona proprio così: mettendo l'attenzione solo su un punto e tenendola lì, tutto il resto va in periferia. Si crea silenzio.
Come dice la Katha Upanishad: "Come un uccello legato a una corda svolazza qua e là e non trovando altrove sostegno si rifugia proprio lì dove è legato, così il pensiero divaga qua e là e non trovando rifugio da nessuna parte si riposa sul respiro."
La liberazione non è altrove
Secondo il Samkhya – la scuola filosofica gemella dello Yoga – la realtà è dualistica: da un lato c'è la materia (prakriti), dinamica ma non cosciente; dall'altro la coscienza pura (purusha), immobile e testimone.
La nostra vera identità è il purusha. Il corpo, la mente, le emozioni sono prakriti. Il problema è che confondiamo le due cose e ci identifichiamo con ciò che osserviamo invece che con l'osservatore.
Ma secondo questa visione, il purusha è sempre libero. Come potrebbe una cosa materiale catturare una cosa immateriale?
La liberazione, quindi, non è qualcosa da raggiungere. È un accorgersi di come stanno davvero le cose.
Lo Yoga aggiunge qualcosa di fondamentale a questa visione: non basta capirlo intellettualmente. Serve un'esperienza diretta.
Per questo la pratica meditativa è essenziale: non per convincerci razionalmente di chi siamo, ma per fare esperienza di quella coscienza che rimane quando tutto il resto si ferma.
Yoga non è terapia (anche se può esserlo)
Tutto questo ci riporta a una domanda importante: che cos'è lo yoga oggi, in Occidente?
Possiamo usare le tecniche dello yoga per rilassarci, per migliorare le prestazioni sportive, per gestire l'ansia. E va bene. Funziona.
Ma non è per questo che lo yoga è nato.
Lo yoga è stato concepito come una via di liberazione da ciò che nasce e muore, non semplicemente dai conflitti psichici.
Questo non significa che dobbiamo tutti diventare asceti o rinunciare alla vita. Ma forse vale la pena ricordarsi, ogni tanto, che quando saliamo sul tappetino abbiamo accesso a qualcosa di più profondo di un semplice stretching consapevole.
Abbiamo accesso a una tradizione millenaria che si è posta le domande più radicali sull'esistenza umana e ha sviluppato strumenti pratici, concreti, per investigarle.
Tornare alle radici per andare oltre
Conoscere le radici dello yoga non significa diventare filologi o studiosi accademici.
Significa avere strumenti per non perdersi, per non ridurre una pratica di liberazione a una semplice ginnastica, per non confondere la mappa con il territorio.
E significa anche, forse, recuperare quella domanda fondamentale che ha dato origine a tutto questo: "Chi sono io?"
Non come curiosità intellettuale, ma come investigazione viva, pratica, sul tappetino.
Perché quando fermiamo davvero il corpo, il respiro, la mente, e ci chiediamo "chi è che osserva tutto questo?", la risposta non arriva dalla testa.
Arriva da un silenzio molto più profondo.
Questo articolo è ispirato a una conferenza del prof. Mauro Bergonzi, docente di filosofia dell'India presso l'Università Orientale di Napoli, sulla natura e le origini dello yoga.








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