Lo yoga è uno solo. O forse no.
- Giada

- 20 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 22 mar

Qualche giorno fa una mia allieva mi ha scritto.
Qualcuno le aveva chiesto che tipo di yoga facessimo a lezione, e lei non sapeva cosa rispondere.
La domanda era innocente. Eppure l’aveva messa in difficoltà.
Le ho risposto così: lo yoga è uno solo. I nomi che circolano oggi — Hatha, Vinyasa, Ashtanga, Power yoga — sono costruzioni recenti, nate più dal mercato che dalla tradizione. Quello che facciamo insieme è semplicemente yoga: uso strumenti diversi, posture, respiro, movimento consapevole, scegliendo ogni volta quello che serve a chi è in sala. Se vuoi dare un nome a qualcuno che te lo chiede, puoi dire Hatha — è il termine più antico e più ampio, la radice di quasi tutto. Ma sono nomi moderni per incasellare qualcosa di poco incasellabile.
Mentre scrivevo, mi sono resa conto che quella risposta conteneva qualcosa che meritava di essere approfondita. Non per l’allieva — lei aveva già quello che le serviva — ma per me. E forse per chiunque insegni o pratichi yoga e si sia trovato a balbettare davanti alla stessa domanda.
L’imbarazzo della risposta
C’è qualcosa di rivelatore in quell’esitazione. Quando non sappiamo come rispondere a una domanda apparentemente semplice, di solito è perché la domanda stessa poggia su un presupposto che non regge. “Che yoga fai?” presuppone che esistano più yoga — varianti di qualcosa di originario e unitario — e che il compito di chi insegna sia collocarsi in uno di questi rami.
Ma se il tronco non è mai esistito nella forma in cui ce lo immaginiamo?
Federico Squarcini, studioso delle religioni e filosofie dell’India all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha dedicato anni a smontare con rigore filologico l’idea che lo yoga sia una tradizione unitaria e coerente tramandata intatta nel tempo. Nel libro scritto con Luca Mori, Nel nome dello yoga, parte proprio da questa domanda per mostrare come le risposte siano sempre state molteplici, spesso contraddittorie, e profondamente dipendenti dal contesto storico in cui venivano formulate.
Lo yoga medievale indiano era una cosa. Lo yoga ai tempi del colonialismo britannico era un’altra — e veniva guardato con sospetto, associato a pratiche giudicate bizzarre o pericolose. Lo yoga che arrivò in Occidente dalla fine dell’Ottocento era qualcosa di diverso ancora: una disciplina rimodellata per rispondere alle aspettative di un pubblico occidentale, presentata come chiave per una salute straordinaria, quasi sovrumana.
Stessa parola. Mondi diversi.
I nomi vengono dopo
I nomi che usiamo oggi — Hatha, Vinyasa, Ashtanga, Yin, Restorative, Power — non sono etichette che descrivono tradizioni preesistenti. Sono costruzioni, spesso recenti, nate dall’incontro tra pratiche antiche, esigenze commerciali, personalità carismatiche e mercato del benessere globale. Questo non le rende false. Le rende contingenti, parziali, negoziate, nate in un certo contesto per rispondere alle sue esigenze di mercato.
Prendiamo l’Ashtanga Vinyasa di Pattabhi Jois: presentato per decenni come un sistema antichissimo trasmesso in linea diretta, è stato in realtà codificato nel Novecento, in un contesto preciso, con influenze che includono la ginnastica europea del periodo coloniale. Non è una rivelazione scandalosa — è storia. Ma è una storia che la narrazione dello “yoga autentico” tende a nascondere.
La stessa parola Hatha — che ho suggerito alla mia allieva come termine-ombrello relativamente sicuro — ha una storia complessa. Nei testi medievali indica un sistema di pratiche corporee e pranayama orientato alla trasformazione del corpo sottile; nella didattica yoga contemporanea è diventata spesso sinonimo di “yoga dolce per principianti”. Due usi della stessa parola che comunicano poco l’uno con l’altro.
La libertà di non avere un nome
Tutto questo potrebbe sembrare destabilizzante. Se i nomi sono convenzioni, se la tradizione è sempre stata plurale e spesso inventata, cosa rimane su cui appoggiarsi?
A me, invece, sembra liberatorio.
Se nessun nome esaurisce quello che lo yoga è stato e può essere, allora nessun nome mi obbliga a restare dentro i suoi confini. Non mi attribuisco il privilegio di insegnare il vero yoga. Attingo invece a strumenti diversi — posture, respiro, movimento, silenzio — che anni di pratica e studio mi hanno permesso di acquisire, e li adatto a chi è in sala con me in quel momento. Perché l’obiettivo non è riprodurre un metodo, ma creare le condizioni per sentire, abitare il corpo, fare esperienza del movimento. Arrivare a una comprensione di sé che non ha bisogno di passare attraverso nessun nome.
La prossima volta che qualcuno ti chiede che yoga fai, puoi rispondere con un nome, qualunque ti sembri più vicino a quello che senti. Oppure puoi rispondere con una domanda: cosa intendi con yoga?
Non per fare la difficile.
Ma perché è proprio lì, in quella domanda, che lo yoga smette di essere un’etichetta e torna a essere un’esperienza.
Riferimenti: Federico d, Luca Mori — Nel nome dello yoga. Filosofia, disciplina, stile di vita (Solferino, 2019) / Yoga. Tra storia, salute e mercato (Carocci, 2008)





Commenti