Asana negli Yoga Sutra: i tre sutra che cambiano il modo di praticare
- Giada

- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 6 min
Che cosa intende Patanjali quando parla di asana?
E che filo possiamo trovare tra i tre sutra che patanjali usa per descrivere il concetto di asana e il modo in cui pratichiamo oggi?
Partiamo da stabilità, agio e rilassamento dello sforzo per guardare alla pratica posturale da una prospettiva diversa.
Buon ascolto.
Durata: ~11 min
Categoria: Filosofia, Pratica
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TRASCRIZIONE COMPLETA EPISODIO
Ti faccio una domanda.
Se dovessi spiegare a qualcuno che cos’è lo yoga con una sola immagine, quale sceglieresti?
Probabilmente un asana.
Non sarebbe una scelta strana.
Oggi, per la maggior parte delle persone, lo yoga coincide con le posizioni del corpo.
Eppure, quando apriamo gli Yoga Sutra di Patanjali, succede qualcosa di inaspettato.
Dopo aver parlato degli yama e dei niyama, il nostro sguardo si sposta sugli asana.
E qui ci aspetteremmo pagine e pagine dedicate alle posizioni.
Invece troviamo soltanto tre sutra.
Tre.
Perché proprio gli asana, che oggi sono diventati quasi il simbolo dello yoga, occupano così poco spazio negli Yoga Sutra?
Credo che la risposta possa cambiare il nostro modo di praticare.
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INTRODUZIONE
Benvenuti a Yoga Oltre il Tappetino.
Io sono Giada.
Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire ogni giorno nuovi aspetti di questa pratica e di come possa accompagnarci nella vita di tutti i giorni.
Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e strumenti che lo yoga ci offre per vivere con maggiore presenza e consapevolezza.
Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ad ascoltare e a guardare un po’ più in profondità.
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Nelle ultime puntate abbiamo seguito il percorso degli Yoga Sutra di Patanjali.
Abbiamo attraversato gli yama e i niyama, i primi due aṅga dell’ashtanga yoga.
E, come abbiamo visto nella puntata dedicata agli otto aṅga, non si tratta di una scala da salire un gradino alla volta, ma di un percorso in cui ogni elemento sostiene gli altri.
Ora il nostro sguardo si sposta sugli asana.
In realtà non è la prima volta che ne parliamo.
Già nella seconda puntata del podcast ci siamo chiesti che cosa significhi davvero praticare un asana, distinguendo il sentire dall’apparire.
Oggi, però, vorrei tornare su questo tema da un’altra prospettiva.
Vorrei guardare agli asana attraverso gli occhi di Patanjali.
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IL PRIMO SUTRA (2.46)
Apriamo il testo.
Il primo dei tre sutra dedicati agli asana è il 2.46.
E dice soltanto questo.
“L’asana è stabile e confortevole.”
Tutto qui.
La prima cosa che colpisce è che Patanjali non descrive nemmeno una posizione.
Non parla di allineamento.
Non dà indicazioni su quali asana praticare.
Non ci dice come eseguirli.
Ci dice soltanto quale qualità dovrebbe avere un asana.
E sono due cose molto diverse.
Forse è proprio questo il punto.
Patanjali sembra molto meno interessato alla forma della posizione che al modo in cui viene abitata.
A questo punto vale la pena fermarsi su quelle due parole.
Stabile.
E confortevole.
Stabile non significa rigido.
Confortevole non significa facile.
Già questo cambia completamente il modo di leggere il sutra.
Una posizione stabile è una posizione in cui possiamo rimanere senza irrigidirci.
Una posizione caratterizzata da una qualità di agio non è necessariamente la più semplice.
È una posizione in cui il corpo smette di essere un ostacolo.
Ed è interessante che Patanjali metta insieme proprio queste due qualità.
Stabilità e agio.
Perché una stabilità senza agio rischia di diventare rigidità.
E un agio senza stabilità rischia di trasformarsi in dispersione.
L’asana nasce dall’incontro, dall’equilibrio, di entrambe.
A questo punto, però, potrebbe nascere una domanda.
Va bene.
L’asana dovrebbe essere stabile e caratterizzato da una qualità di agio.
Ma come si arriva a questo equilibrio?
È proprio qui che entra in scena il secondo sutra.
IL SECONDO SUTRA (2.47)
Il secondo dei tre sutra dedicati agli asana è il 2.47.
Ed è qui che, secondo me, il testo sorprende ancora di più.
Perché la risposta non è quella che ci aspetteremmo.
Se qualcuno ci chiedesse come migliorare un asana, probabilmente penseremmo a più allenamento.
Più forza.
Più mobilità.
Più controllo.
Patanjali, invece, prende un’altra direzione.
Ci dice che l’asana si realizza quando lo sforzo si rilassa e l’attenzione si apre a una dimensione più ampia.
È un’immagine molto diversa da quella a cui siamo abituati.
Non ci invita ad aggiungere.
Ci invita a osservare ciò che possiamo lasciare andare.
Perché spesso, mentre pratichiamo, portiamo nel corpo tensioni che non servono.
Magari stringiamo la mandibola.
Tratteniamo il respiro.
Contraiamo le spalle.
Arricciamo le dita dei piedi.
E quasi sempre lo facciamo senza rendercene conto.
Così la pratica diventa una ricerca sottile.
Non quella della posizione perfetta.
Ma dello sforzo che possiamo lasciare andare.
Ed è interessante che Patanjali non dica di eliminare ogni sforzo.
Se fosse così, il corpo semplicemente crollerebbe.
Ci invita piuttosto a riconoscere la differenza tra lo sforzo necessario e quello che nasce dall’abitudine, dalla fretta o dal desiderio di fare di più.
Forse il tappetino diventa anche un luogo in cui imparare a riconoscere tutto questo.
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IL TERZO SUTRA (2.48)
Ed è proprio a questo punto che arriva il terzo e ultimo sutra dedicato agli asana.
Il 2.48.
Patanjali dice che se L’Avana ha queste qualità non siamo più disturbati dalle coppie degli opposti.
È una frase che, letta così, può sembrare un po’ misteriosa.
Non significa che il caldo e il freddo scompaiano.
O che il piacere e il dolore cessino di esistere.
Cambia il modo in cui li incontriamo.
Quando il corpo trova davvero quella stabilità e quella qualità di agio di cui parlano i due sutra precedenti, smette di reclamare continuamente la nostra attenzione.
Non dobbiamo più aggiustare la posizione ogni pochi secondi.
Non siamo continuamente richiamati da una tensione, da un fastidio, da uno sforzo inutile.
E allora succede qualcosa.
L’attenzione si libera.
Può rivolgersi altrove.
Ed è qui che, secondo me, i tre sutra acquistano un senso unitario.
Il primo ci dice com’è un asana.
Il secondo ci suggerisce come matura.
Il terzo ci mostra che cosa rende possibile.
Per questo mi colpisce il fatto che Patanjali dedichi agli asana solo tre sutra.
Per lui non sono il punto di arrivo.
Sono una preparazione.
Creano le condizioni perché il percorso dello yoga possa continuare.
E se guardiamo gli otto aṅga, è esattamente quello che accade.
Dopo gli asana arrivano il pranayama, il pratyāhāra, la dhāraṇā, la dhyāna e il samādhi.
Non perché gli asana siano meno importanti.
Ma perché, negli Yoga Sutra, il loro ruolo è preparare il terreno per ciò che viene dopo.
È una prospettiva molto diversa da quella a cui siamo abituati.
Perché ci ricorda che il valore di un asana non dipende da quanto è complesso o spettacolare.
Dipende da ciò che rende possibile.
CHE COSA CAMBIA NELLA PRATICA?
E allora, che cosa cambia nella pratica?
Forse cambia la domanda con cui saliamo sul tappetino.
Perché, se prendiamo sul serio questi tre sutra, l’obiettivo non è più riuscire a fare una certa posizione.
L’obiettivo è capire se quella posizione possiede davvero le qualità di cui parla Patanjali.
C’è stabilità?
C’è una qualità di agio?
Sto facendo più sforzo del necessario?
Sono domande semplici.
Ma possono cambiare completamente il modo di praticare.
Perché spostano l’attenzione dalla forma all’esperienza.
Ciò che conta non è la posizione in sé.
Ciò che conta è il modo in cui rimaniamo nell’asana.
Forse è proprio questo che i tre sutra dedicati agli asana provano a mostrarci.
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INVITO ALLA PRATICA
Ti lascio con un piccolo invito.
La prossima volta che salirai sul tappetino, scegli un asana che conosci bene.
Non cercare una posizione nuova.
Non cercare di andare oltre.
Rimani semplicemente lì, per qualche respiro.
E osserva.
C’è stabilità?
C’è una qualità di agio?
C’è uno sforzo che puoi lasciare andare?
Non provare a cambiare subito la posizione.
Prova, prima di tutto, a cambiare il modo in cui rimani nell’asana.
Forse scoprirai che la pratica non comincia quando il corpo assume una forma.
Comincia quando impariamo davvero a rimanerci dentro.
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CHIUSURA
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Grazie per aver ascoltato.
Alla prossima puntata.





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