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Ahimsa: la non violenza nello yoga. Essere vegetariani non basta | Ep.7

  • Immagine del redattore: Giada
    Giada
  • 2 apr
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 4 giorni fa

“Per fare yoga devo diventare vegetariano?”

È una delle domande che mi fanno più spesso.

Tutti si preoccupano di cosa mettono nel piatto.

Ma quasi nessuno si chiede: Quanto sono violento nelle parole che uso? Nei pensieri che ho verso me stesso e gli altri?

Ahimsa, la non-violenza, non riguarda solo ciò che mangiamo, ma il modo in cui tocchiamo la vita.



Durata: ~12 min

Categoria: Filosofia, Pratica

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TRASCRIZIONE COMPLETA


Benvenuti al settimo episodio di Yoga Oltre il Tappetino.

Io sono Giada Gabiati: non mi considero una guru e non propongo verità assolute.

Insegno yoga da diversi anni, ma continuo a mettermi in discussione e a scoprire nuovi aspetti della pratica e di come integrarla nel quotidiano.


Questo podcast nasce dal desiderio di condividere riflessioni, pratiche e piccoli strumenti che lo yoga ci offre per vivere meglio.

Non come risposte definitive, ma come inviti a fermarsi, ascoltare, e guardare un po’ più in profondità.


Nella scorsa puntata abbiamo parlato degli Yoga Sutra e degli otto passi di Patanjali.


Il primo anga sono gli Yama: i principi che riguardano il nostro rapporto con gli altri.


Oggi cominciamo ad approfondirli. E partiamo dal primo: Ahimsa.



COSA SIGNIFICA AHIMSA NELLO YOGA


Ahimsa è una parola sanscrita.

Significa letteralmente “non nuocere”.


È il primo degli Yama.


Negli Yoga Sutra di Patanjali, al capitolo 2, sutra 35, troviamo scritto:

“Quando la non-violenza è fermamente stabilita, l’ostilità cessa in sua presenza.”


Un sutra potente.


Non dice: quando pratichi Ahimsa, diventi una persona migliore.


Dice: quando la non-violenza è radicata in te, trasforma anche chi ti sta intorno.


Gandhi, che ha fatto della non-violenza il centro della sua filosofia e della sua azione politica, diceva che Ahimsa è la più grande forza a disposizione dell’umanità. Più potente di qualsiasi arma.


Perché la violenza genera violenza.

La non-violenza interrompe quel ciclo.


Ma arrivarci richiede pratica, osservazione, consapevolezza.


Non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte.

È una direzione verso cui ci muoviamo.



LE TRE FORME DI VIOLENZA


La tradizione yogica parla di tre forme di violenza.


La prima è la violenza fisica.

Colpire qualcuno, fare del male a un altro essere vivente.


È quella più evidente. Quella che riconosciamo subito.


La seconda è la violenza verbale.

Le parole che feriscono.


Non solo insulti.

A volte è una battuta detta ridendo che punge.

E lo sappiamo.

Lo sappiamo nel momento in cui la diciamo.


La terza è la violenza mentale.

I pensieri di giudizio, di critica, di durezza.


Nessuno li sente.

Ma influenzano il nostro sguardo, il nostro modo di stare con gli altri.


Swami Sivananda, uno dei più importanti maestri di yoga del Novecento, sottolineava proprio questo: la non-violenza non riguarda solo le azioni fisiche, ma anche i pensieri e le parole.


Perché quella violenza mentale, prima o poi, emerge.

In un gesto. In un’espressione.

In una distanza che creiamo senza rendercene conto.


LA VIOLENZA NASCE DALLA SOFFERENZA


La tradizione yogica ci dice che la violenza nasce quasi sempre da una sofferenza interiore.


Quando stiamo male, quando siamo frustrati o feriti, quel dolore cerca una via d’uscita.


E a volte si riversa sugli altri.

A volte su noi stessi.


Capire questo cambia la prospettiva.


Non per giustificare i comportamenti dannosi, ma per comprenderne la radice.


E soprattutto per guardarci dentro.


Quando reagisco con durezza, cosa sta succedendo dentro di me?

Quale bisogno non ascoltato c’è sotto?


E qui entra in gioco la rabbia.


Non perché la rabbia sia sbagliata.

È un’emozione naturale, primaria, istintiva.


Ha una funzione precisa: ci segnala che qualcosa non va.

Che un nostro bisogno non è soddisfatto.

Che un confine è stato violato.


Il problema non è sentire la rabbia.

È cosa ne facciamo.


Quando reagiamo alla rabbia senza consapevolezza, rischiamo di praticare violenza.

Spesso senza nemmeno accorgercene.


Per praticare Ahimsa, spesso è necessaria la pazienza.


Non la pazienza intesa come sopportazione o repressione.


Pema Chödrön, maestra buddhista che si è occupata a lungo del tema delle emozioni difficili, la descrive in modo molto diverso.


Per lei la pazienza significa darsi il tempo di non reagire subito.

Aspettare di parlare o agire finché non possiamo farlo senza causare danno.


Ed è esattamente questo che facciamo quando pratichiamo Ahimsa.

Creiamo spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo.


Quando senti la rabbia salire, c’è una terza via tra esplodere e reprimere: fermarti.

Respirare.

Creare spazio.

Chiederti: cosa mi sta dicendo questa emozione?


Quello spazio tra stimolo e reazione è pratica di Ahimsa.


Non è facile.


Me lo ricorda la pratica quotidiana.


Ahimsa sembra un concetto scontato.

Non fare del male. Chi non lo sa?


Eppure metterlo in pratica davvero richiede un impegno costante, momento per momento.


È proprio con le persone più vicine che perdiamo più facilmente la presenza.

La coppia, la famiglia, il lavoro.


Ci sono momenti in cui quello spazio riesco a crearlo.

Respiro. Rifletto. Parlo con calma.

E cambia tutto.


Altre volte no.

E quello che poteva essere dialogo diventa scontro.


La differenza, dopo, è chiarissima.

Quando c’è spazio, c’è connessione.

Quando c’è reazione, c’è distanza.


AHIMSA VERSO SE STESSI


Spesso non ci rendiamo conto che la prima forma di violenza che pratichiamo è verso noi stessi.


E se torniamo al sutra di Patanjali:


“Quando la non-violenza è fermamente stabilita, l’ostilità cessa in sua presenza.”


Come può essere fermamente stabilita se spesso la violenza più grande la pratichiamo verso noi stessi?


La forma più comune è l’autocritica.


Quel dialogo interiore che non si ferma mai.

Le parole dure che ci diciamo quando sbagliamo.

Quando non siamo all’altezza delle nostre aspettative.


Parole che non useremmo mai verso un’altra persona.


E poi c’è il confronto.


Con chi ha più successo. Con chi sembra avere tutto sotto controllo.


Uno sguardo che ci impoverisce invece di ispirarci.


E spesso tutto questo si trasforma in autosabotaggio.


Non proviamo. Non osiamo.

Perché in fondo non ci crediamo abbastanza.


Questa è violenza.

Sottile. Quotidiana. Spesso invisibile.

Ma violenza.


Pema Chödrön dice:

“Avere compassione inizia e finisce con l’avere compassione per tutte quelle parti indesiderate di noi stessi, tutte quelle imperfezioni che non vogliamo nemmeno guardare.”


Finché continuiamo a trattarci così, sarà difficile essere davvero non-violenti con gli altri.


AHIMSA E SATYA


Ahimsa è strettamente legato al prossimo Yama di cui parleremo: Satya, la verità.


Un intreccio sottile e importante.


A volte pensiamo di praticare Ahimsa evitando di dire la verità.


“Non glielo dico per non ferirlo.”


Ma questo non è Ahimsa.

È evitamento.


Ahimsa non significa tacere per paura di fare del male.

Significa dire la verità con gentilezza.


Trovare il momento giusto. Le parole giuste. Il tono giusto.


Non è facile.

Richiede presenza e consapevolezza.


Ma quando ci riusciamo, la verità non ferisce.

Illumina.


Nella prossima puntata esploreremo Satya.

E vedremo quanto questi due Yama si sostengono a vicenda.


COME PRATICARE AHIMSA


Come si pratica Ahimsa nella vita quotidiana?


Come tutti gli Yama, inizia dal notare.


Forse non inizia quando riusciamo a essere sempre gentili.

Inizia quando ci accorgiamo di non esserlo.


Quando notiamo un pensiero duro, una parola che ferisce, una reazione automatica.


E semplicemente lo vediamo. Senza condannarci.


La pratica comincia lì.


Vederlo, senza giudicarci, è già Ahimsa.


Una cosa che faccio io, e che mi aiuta, è questa.


La sera, prima di dormire, ripenso alla giornata.

Non per torturarmi. Ma per osservare.


Mi chiedo: oggi, in quali momenti sono stata violenta?


A volte è evidente: ho risposto male a qualcuno.


Ma più spesso è sottile.


Un pensiero di giudizio verso una persona.

Una parola detta di fretta che ha ferito.

O durezza verso me stessa.


Non mi giudico per questo.

Semplicemente lo vedo.


E mi chiedo: domani, come posso fare diversamente?


È una pratica piccola. Cinque minuti.

Ma mi aiuta a restare consapevole.


CONCLUSIONE


Ahimsa è una pratica, non una meta da raggiungere.


È portare consapevolezza, momento per momento.

E scegliere, quando possiamo, la gentilezza.


Prima verso noi stessi, poi verso gli altri.


Per alcuni, questa pratica porta a scegliere il vegetarianismo.

Per altri, significa cambiare il modo di parlare.

Per altri ancora, trasformare il dialogo interiore.

O forse tutte queste cose insieme.


Non esiste un’unica forma di Ahimsa.

Esiste l’intenzione di non nuocere.


E questa intenzione può manifestarsi in modi diversi, per ognuno di noi.


Nella prossima puntata parleremo di Satya.

E di quanto a volte sia difficile essere onesti con noi stessi.


Grazie per aver ascoltato questa puntata di Yoga Oltre il Tappetino.


Se questo episodio ti ha lasciato qualcosa, una recensione o una condivisione sono un modo semplice per sostenere il podcast e permettergli di crescere.


Per domande, riflessioni o temi da esplorare insieme, scrivimi: trovi i miei contatti nella descrizione. Mi fa sempre piacere leggere i vostri messaggi.


Alla prossima puntata.

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